Spina dorsale

Ti mangerei, indigesta come sei 

Un gruppo di cannibali viene assunto in una grande multinazionale. Il direttore delle risorse umane li accoglie: siete parte della nostra famiglia, potete mangiare quello che volete alla mensa aziendale, ma vi prego, non toccate nessuno dei dipendenti, o sarete licenziati all’istante. I cannibali promettono di rigare dritto. Per settimane l’azienda sembra girare a meraviglia, i meeting si susseguono, le presentazioni vengono fatte, le slide vengono aggiornate, le email partono a centinaia, tutto sembra normale. Dopo un mese il direttore chiama a rapporto il capo dei cannibali: state lavorando sodo, ma abbiamo un problema grave, da qualche giorno la donna delle pulizie è sparita, sapete qualcosa? Il capo dei cannibali, imbarazzato, confessa: sì, signore, è colpa nostra, avevamo una fame terribile e non abbiamo resistito. Il direttore esplode: vi avevo detto di non toccare nessuno, siete licenziati in tronco. I cannibali iniziano a raccogliere le proprie cose. Mentre sono sulla porta, il capo si gira e chiede: una curiosità, abbiamo mangiato il responsabile marketing, il direttore strategico, il consulente per il cambiamento organizzativo e tre vicepresidenti, nessuno si è accorto di nulla e l’azienda ha continuato a funzionare come se niente fosse, come avete fatto a scoprire che avevamo mangiato la donna delle pulizie? Il direttore lo guarda con serietà: semplice, è da tre giorni che la polvere è alta dieci centimetri e nessuno in tutto l’ufficio riesce più a trovare la propria scrivania.

La barzelletta regge su un meccanismo preciso, che conviene scomporre prima di ridere una seconda volta. Un’organizzazione può divorare per settimane i propri livelli più esibiti, i ruoli che parlano ad altri ruoli di cose che altri ruoli hanno già detto, senza che nulla di visibile si rompa: riunioni, slide, email, tutto il teatro del funzionamento resta in scena. Il vero caso base dell’organizzazione, il punto la cui assenza produce un sintomo immediato e misurabile, non era in cima all’organigramma. Era il ruolo più trascurato, quello che nessuno considerava abbastanza importante da proteggere.

Toccare il fondo raccontava la ricorsione che si ferma quando qualcuno ha il coraggio di piazzare un caso base. Qui la stessa domanda si pone a un sistema che non è un programma, ma un corpo, un’azienda, una mente, e la risposta cambia nome senza cambiare natura: la chiameremo spina dorsale, in inglese backbone, il termine che attraversa senza sforzo la biologia, le reti, la psicologia e le organizzazioni. Il salto è reale, e conviene dichiararlo subito: non si tratta più di trovare dove un concetto informatico riaffiora nella cultura, ma di riconoscere una legge di organizzazione che riaffiora ovunque, di cui l’informatica resta uno degli strumenti per leggerla, non l’unico.

Giorgia Fumo, ingegnere prima che comica, costruisce il suo spettacolo Out of Office sullo stesso materiale: fogli Excel che sembrano avere vita propria, manager che si vantano di lavorare con le persone senza che nessuno sappia cosa significhi davvero, un intero linguaggio aziendale che continua a girare a vuoto. La sua formazione tecnica è probabilmente il motivo per cui, sul palco, individua lo stesso punto di rottura che questo pezzo cerca con le fonti citate.

Il cannibalismo reale, quello che la barzelletta trasforma in farsa, ha una spiegazione biologica che rende l’immagine meno arbitraria di quanto sembri. Il kuru, la malattia scoperta tra i Fore della Papua Nuova Guinea, si trasmetteva attraverso il consumo rituale del cervello dei defunti, ed è causata da prioni, proteine mal ripiegate che corrompono la forma di altre proteine sane. Un prione agisce con efficienza massima solo su proteine della stessa specie, o di specie molto vicine, perché ha bisogno di una struttura compatibile per propagare il proprio errore. La catena di legami che dà forma alla proteina, quella che nel misfolding si ripiega male, si chiama in letteratura backbone, la stessa parola che indica la dorsale di una rete o l’intelaiatura di un programma. Il cannibalismo è la catena alimentare che si richiude su di sé invece di uscire verso un’altra specie, ed è proprio quella chiusura a concentrare il rischio invece di diluirlo.

Se i prioni spiegano il meccanismo del pericolo, resta da capire chi, dentro un gruppo, viene trattato come consumabile. Qui rispondono meglio i lupi. Si dice comunemente che nemmeno il lupo sia lupo dell’altro lupo, ma i dati raccontano altro. Nei branchi selvatici studiati con radiocollare, a Yellowstone come in Alaska, la lotta tra branchi rivali è la prima causa di mortalità naturale, fino a due terzi dei decessi non dovuti all’uomo in alcune popolazioni, quasi sempre ai confini del territorio. C’è però una precisazione che salva l’istinto della frase più che smentirlo: dentro il branco, tra membri della stessa famiglia, i conflitti si risolvono quasi sempre con comportamenti rituali di sottomissione, mai con la morte. Il lupo non uccide chi riconosce come proprio, uccide chi tratta come puro esterno, senza legame. Nella barzelletta, i dirigenti mangiati erano nominalmente parte della stessa famiglia aziendale che il direttore aveva appena evocato all’assunzione dei cannibali. Il crollo comico sta proprio lì: il confine di relazione che nel branco vero protegge chi vi appartiene, in ufficio si è già dissolto molto prima che arrivasse chi se ne sarebbe approfittato.

Foto di Enrique da Pixabay.

Ovidio non fa morire solo Narciso, fa morire anche Eco, la ninfa condannata a restituire solo le ultime parole altrui, mai a iniziare un discorso proprio. Il mito mette in scena due forme complementari dello stesso guasto, chi non riesce a guardare fuori da sé e chi non riesce a produrre nulla che non sia già stato detto da un altro, e nessuna delle due sopravvive. È un ritratto sorprendentemente preciso di quello che la clinica contemporanea chiama narcisismo patologico: bisogno costante di conferme esterne, incapacità di empatia reale, un ciclo che la letteratura chiama di idealizzazione e svalutazione, in cui chi sta vicino viene prima elevato a specchio perfetto e poi svuotato quando smette di restituire l’immagine desiderata. La manipolazione più insidiosa, il gaslighting, non colpisce i fatti, colpisce la spina dorsale psicologica della vittima, la sua fiducia nella propria percezione della realtà: è la stessa immagine di backbone incontrata nella proteina e nella rete, applicata questa volta a una persona che smette gradualmente di reggersi sulle proprie gambe perché qualcun altro l’ha convinta che le gambe non erano mai state dritte.

Lo stesso schema, spostato di scala, si riconosce in un’azienda quando il linguaggio della cura, lavoriamo con le persone, siamo una famiglia, copre una pratica di consumo reciproco: un sistema che smette di avere un’uscita verso l’altro smette anche di avere un fondo su cui appoggiarsi, e prima o poi qualcuno, al suo interno, paga il conto della sua assenza.

C’è un modo di rompere una ricorsione che è puramente logico, utile da vedere perché mostra come lo stesso difetto attraversi anche la matematica pura. Il paradosso del barbiere, versione colloquiale del paradosso di Russell, immagina un barbiere che rade tutti e soli coloro che non si radono da soli: si rade da solo? Qualunque risposta genera una contraddizione. Il difetto non è nella logica del ragionamento, è nell’aver permesso di costruire un insieme troppo universale, senza un limite a cosa possa legittimamente contarsi come tale. Russell risolse il problema con la teoria dei tipi, stratificando gli oggetti in livelli in modo che nessun insieme potesse contenere se stesso; la teoria degli insiemi che ne seguì fa lo stesso lavoro con l’assioma di fondazione, che vieta esplicitamente le catene di appartenenza che tornano su se stesse. È di nuovo un backbone mancante, questa volta nell’impalcatura assiomatica che dovrebbe reggere l’intero edificio: senza quel vincolo, la matematica stessa collassa nello stesso modo in cui collassa un’azienda che ha permesso a se stessa di divorare qualunque ruolo, senza mai chiedersi se esistesse un limite oltre cui non si poteva andare.

Il tabù alimentare più radicale non riguarda la carne altrui, riguarda i propri stessi scarti. Un caso limite genuino viene dai racconti di guerra: i soldati della campagna d’Africa che, per contenere la disidratazione, orinavano nell’elmetto e bevevano, infrangendo un tabù in un gesto che, si scoprirà solo decenni dopo, non funzionava nemmeno sul piano fisiologico, perché l’urina, essendo ipertonica, accelera la disidratazione invece di alleviarla. Il corpo che tenta di richiudersi su di sé per sopravvivere, in questo caso, non solo infrange un confine, lo fa in un gesto che peggiora la situazione che dovrebbe risolvere: una spina dorsale posticcia, che sembra un sostegno ed è già parte del collasso. Pasolini porta lo stesso tabù al suo punto più estremo in Salò, dove il potere fascista costringe le proprie vittime più giovani a nutrirsi dei propri escrementi: una scena che la critica legge da cinquant’anni come l’immagine definitiva di un sistema che divora il proprio futuro invece di generarlo, costringendo chi dovrebbe ereditarlo a consumare ciò che quel sistema stesso ha già scartato.

Si torna in ufficio, alla fine, con la domanda lasciata in sospeso dal direttore delle risorse umane. La polvere alta dieci centimetri è il segnale che chiunque nota senza dover cercare, il punto in cui un sistema comincia a confessare quello che ha divorato in silenzio. Reti, proteine, dimostrazioni matematiche, persone, organizzazioni: ognuno di questi sistemi regge finché qualcosa lo tiene dritto, e cede nel modo peggiore quando quel qualcosa, invisibile e sottovalutato, viene infine consumato senza che nessuno se ne accorga in tempo. La donna delle pulizie lo sapeva meglio di chiunque altro in quell’ufficio: nessuno bada alla spina dorsale di un sistema, finché non manca.

 

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