Passarci davanti

Per fare un ingegnere ci vuole un fiore


 C’è una ginestra all’ingresso del Campus di via Orabona. A maggio fiorisce di un giallo così spudorato che, per chi arriva a piedi dal parcheggio, diventa impossibile non vederla. O almeno così credevo.

Arrivai a lezione con quella luce ancora addosso e aprii salutando gli studenti con una domanda fuori programma: avete fatto caso alla ginestra, che bella? Silenzio. Qualche sguardo perplesso, uno sbuffo trattenuto. Mi sentii un marziano sceso in un’aula di ingegneria a parlare di fiori, mentre loro aspettavano ricorsione e strutture dati.

Una settimana dopo un ragazzo mi si avvicina prima dell’inizio della lezione e mi mostra una foto sul telefono. È questa, prof? Ci sono passato davanti decine di volte e non me n’ero mai accorto. Poi, senza che gli avessi chiesto nulla, comincia a raccontare del liceo, di una poesia di Leopardi studiata a memoria e capita poco, o niente, perché certe cose a diciassette anni si imparano ma non si abitano ancora.

Non ho fatto lezione di letteratura, quel giorno. Ho solo continuato a fare quello che facevo: mostrare che un docente può fermarsi davanti a un cespuglio in fiore e non perdere per questo autorevolezza.

Sono un docente a contratto di una certa età anagrafica, mica un giovane supplente alle prime armi. Eppure mi avevano avvertito di tenere le distanze dagli studenti, di usare il lei, di custodire quella distanza che si dice sacra per il ruolo del docente universitario. Me ne sono fregato, e ritengo di aver fatto bene. Se un ingegnere in formazione riesce a parlare di fiori e di poeti disperati con chi gli insegna i cicli e i puntatori, la sacralità non si è persa. Si è solo spostata da dove la si cercava.

La ginestra di Leopardi cresce sulla lava del Vesuvio, dove intorno non cresce nient’altro, e fiorisce lo stesso, sapendo di essere destinata a essere sepolta. Quella di via Orabona non ha la stessa tragedia addosso, ma condivide qualcosa: sta lì da anni, davanti a un ingresso attraversato ogni giorno da centinaia di studenti, e per essere vista ha bisogno che qualcuno la indichi.

Forse è tutto quello che un insegnamento può davvero fare: indicare una cosa che c’è già, e aspettare che qualcuno, magari una settimana dopo, torni a dirti che l’ha vista.

 

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