Il caso limite
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C'è un momento, nella progettazione di un sistema, in cui qualcuno decide cosa succede quando l'input non rientra nell'intervallo previsto. Si chiama gestione del caso limite. Il progettista immagina i valori “normali”, scrive per quelli la logica principale, ricca, testata, curata. Per tutto ciò che sta fuori scrive, quando va bene, un ramo secondario: un messaggio d'errore, un valore di default, una gestione minima. Quando va male, non scrive nulla, e il caso limite semplicemente non entra nel test suite.
Ho passato una vita a chiedermi se il Mezzogiorno informatico fosse, per il sistema Italia, un caso limite di questo tipo. Non un errore nel senso di un bug isolato, ma qualcosa di più strutturale: un input che la logica principale non aveva previsto, e per cui qualcuno, altrove, aveva scritto un ramo povero.
Sono entrato in questo campo alla fine degli anni Settanta, in un'Italia che aveva già vissuto, vent'anni prima, il momento più alto e più dimenticato dell'informatica italiana: gli anni di Mario Tchou e dell'Elea 9003, il calcolatore progettato da Ettore Sottsass che prima a Pisa e poi a Milano batteva sul tempo l'IBM e che l'Italia avrebbe smesso di produrre pochi anni dopo. Alla Olivetti di Bari, dove sono entrato negli anni Ottanta a lavorare su un sistema operativo Unix, quella storia era già leggenda interna, raccontata a bassa voce da chi l'aveva vissuta. Il paese aveva avuto, per un momento, il ramo principale. Poi l'aveva lasciato andare.
Quando negli anni Novanta sono passato dall'altra parte della cattedra, in un istituto tecnico di Bari, ho trovato lo stesso schema in scala minore. Studenti trattati come un caso limite dell'educazione informatica: non perché mancasse loro qualcosa di essenziale, ma perché il ramo principale del sistema, quello che scrive i programmi ministeriali, disegna i concorsi, finanzia i laboratori, non li aveva messi in conto. La periferia geografica diventava, senza che nessuno lo dichiarasse esplicitamente, una periferia epistemica: non un contesto diverso da studiare, ma un'eccezione da tollerare.
Ci ho messo trent'anni a capire che la diagnosi era rovesciata. Il caso limite non era il Sud che chiedeva di entrare nella logica principale. Era la logica principale che non aveva mai incluso, nel proprio spazio degli input, un contesto con quelle infrastrutture, quella storia industriale interrotta, quella distanza dai centri decisionali. Il framework che ho portato quest'anno al MIT, Peripheral Innovation in Computing Education, nasce da questo rovesciamento. Tre principi, in breve: il contesto funziona come variabile pedagogica attiva, capace di orientare quali problemi un'app deve affrontare e per chi; la continuità, più che il singolo progetto, moltiplica l'effetto, dalla primaria all'ITS; il docente, in un territorio con poche leve, diventa lui stesso un nodo di rete territoriale, oltre il proprio ruolo di erogatore di programma.
Non è una tesi astratta. Ha un nome e un cognome concreti: Air Watch, l'app vincitrice del Global Appathon del 2023, nata in una classe con meno risorse della media nazionale. Ha una scuola primaria di Putignano dove bambini di otto anni hanno costruito con MIT App Inventor strumenti che rispondevano a un problema reale del loro paese, non a un esercizio da manuale. In entrambi i casi, quello che il sistema avrebbe classificato come contesto svantaggiato ha prodotto un output che, misurato con i criteri del ramo principale, del centro, ha vinto.
C'è poi una contraddizione regolatoria che ho messo al centro dell'intervento, ed è la parte più scomoda: le stesse istituzioni che celebrano a parole l'innovazione dal basso continuano a scrivere norme e bandi che, nei fatti, presuppongono risorse che la periferia non ha. Non è malafede, quasi mai. È più simile a un sistema che, non avendo mai testato quel caso limite, non si accorge di escluderlo mentre lo elogia.
Il 6 luglio ho raccontato questa storia nel Kirsch Auditorium del MIT, davanti a una platea silenziosa e attenta, in una sessione moderata da Evan Patton e Natalie Lao. Il video della relazione, “Teaching with the Sea on the Left”, è ora online:
L'ho chiusa con una frase che mi porto dietro da quando, giovanissimo, ho iniziato a programmare guardando il mare di Bari sulla sinistra: per chi è dovuto partire, c'è sempre una strada per tornare. Casa, con il mare a sinistra. Una constatazione, più che una consolazione: il caso limite, quando qualcuno finalmente lo osserva da vicino, si rivela una parte del sistema a cui nessuno aveva ancora scritto il ramo giusto.

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