Chi sbaglia risponde?

Perché punire non basta

 


 

Ho insegnato per ventinove anni informatica a ragazzi tra i quattordici e i diciannove anni, gli stessi anni di cui parla oggi il dibattito sull'imputabilità minorile. Tra loro ho incontrato adolescenti difficili, alcuni già a rischio di devianza, e proprio con loro ho capito che il mio ruolo poteva essere quello di educatore prima ancora che di insegnante. In laboratorio la lezione più utile che si trasmette non è mai quella che si spiega alla lavagna: si impara di più dagli errori, e più si sbaglia, se qualcuno resta lì a raccogliere l'errore, più si impara.

Il 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che cambia le regole sull'imputabilità dei minori tra i quattordici e i diciotto anni. Non tocca l'età minima, che resta fissata a quattordici anni, e non inasprisce le pene, come ha tenuto a precisare il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Interviene invece sull'articolo 98 del codice penale, ribaltando l'onere della prova: oggi la capacità di intendere e di volere del minore va accertata dal giudice perché scatti la responsabilità penale, con la riforma quella capacità si presume, e sarà la difesa a dover dimostrare il contrario. La presidente del Consiglio ha sintetizzato così il senso del provvedimento: prima si presumeva l'incapacità, oggi si presume la responsabilità.

Il paradosso della capacità

La riforma lascia aperta una domanda che qualunque genitore o insegnante può porsi con naturalezza. Un sedicenne non è considerato capace di guidare un'automobile, di sottoscrivere un contratto, di disporre liberamente del proprio patrimonio. La legge lo protegge da sé stesso proprio perché gli riconosce una competenza di giudizio ancora incompleta. Perché allora, nel momento in cui commette un reato, la stessa legge dovrebbe presumere una piena responsabilità?

La risposta tecnica distingue due soglie di maturità diverse: la capacità di pianificare conseguenze complesse e differite nel tempo, che il diritto civile protegge, e la capacità di giudizio morale immediato su un singolo atto, che il diritto penale interroga. Ma le neuroscienze dello sviluppo, a partire dagli studi di Laurence Steinberg, complicano questa distinzione invece di risolverla. Il ragionamento astratto, la capacità di sapere che un gesto è sbagliato, si stabilizza già verso i quindici o sedici anni. Il controllo degli impulsi sotto pressione emotiva, la capacità cioè di fermarsi davvero nel momento in cui si agisce, specie in presenza dei pari, resta immaturo fino a metà dei vent'anni. I reati più discussi in queste settimane, quelli commessi in gruppo, d'impulso, sotto la spinta del branco, cadono esattamente in quella finestra: il campo in cui la competenza a scegliere del minore è più fragile, non più solida.

La scorciatoia della fermezza

Un provvedimento come questo si vota in un Consiglio dei ministri e produce titoli il giorno dopo. Un investimento su educatori di strada, tempo pieno, presidi psicologici nelle scuole difficili produce effetti misurabili solo dopo cicli scolastici interi, e nel frattempo non offre nulla da mostrare all'opinione pubblica. La criminologia distingue da tempo le politiche che comunicano fermezza in tempi rapidi da quelle che intervengono su cause strutturali con risultati lenti e meno spendibili. Nel caso italiano il dato è più preciso di una semplice tendenza: questo stesso governo aveva già varato il decreto Caivano nel settembre 2023, seguito da altri sei decreti sicurezza. Che si sia dovuti tornare ancora sull'imputabilità minorile suggerisce che il ricorso ripetuto agli strumenti repressivi non abbia affrontato le cause profonde del fenomeno.

La stessa Meloni, nelle dichiarazioni successive al Consiglio dei ministri, ha riconosciuto che la fermezza senza alternative non basta, indicando nell'assenza di famiglie, scuola e presidi territoriali le cause profonde delle devianze giovanili. Il punto debole di questa posizione è che il provvedimento approvato agisce solo sul lato della fermezza, mentre il lato delle alternative resta per ora enunciato e non tradotto in norma con la stessa urgenza.

Il divieto di accesso ai social per i minorenni, introdotto in Australia il 10 dicembre 2025 come primo esperimento al mondo, offre un riscontro simile fuori dal campo penale. A sei mesi dall'entrata in vigore, secondo uno studio dell'Università di Newcastle pubblicato sul British Medical Journal, oltre l'85 per cento degli under sedici era ancora presente sulle piattaforme, e il governo ha risposto raddoppiando le sanzioni alle aziende, da 49,5 a 99 milioni di dollari australiani, invece di rivedere lo strumento. La porta si chiude, la domanda non sparisce: si sposta verso spazi meno sorvegliati, proprio come i sette decreti sicurezza italiani non hanno esaurito la spinta che dicevano di voler arginare.

Il welfare che manca

Quando si parla di minori arruolati dalla criminalità organizzata, la letteratura sociologica offre una chiave di lettura precisa. Diego Gambetta ha descritto la mafia siciliana come un'industria della protezione privata che nasce dove lo Stato non riesce a garantire diritti di proprietà, sicurezza, arbitrato dei conflitti, e Federico Varese ha ritrovato lo stesso schema in altri contesti: il crimine organizzato prospera nei vuoti istituzionali, come sostituto funzionale di servizi che altrove offre lo Stato. Sul versante campano, Isaia Sales e Nando dalla Chiesa hanno documentato come la camorra, in quartieri come Scampia o il Rione Sanità, funzioni da erogatore di reddito immediato, protezione, e soprattutto riconoscimento sociale, dove la scuola offre invece un percorso lungo, incerto, spesso già segnato dalla dispersione.

Il welfare sostitutivo offerto dal crimine organizzato non è solo economico, è anche identitario. Un ragazzo che a scuola accumula solo giudizi negativi e nell'organizzazione criminale trova un ruolo, una gerarchia in cui salire, un riconoscimento come persona capace, sta scambiando un fallimento certificato con un successo distorto. Per questo la figura dell'educatore, quando funziona, non compete solo sul piano materiale con l'organizzazione criminale: compete sul piano del riconoscimento. Un precedente penale precoce, specie se accompagnato da un percorso detentivo che interrompe scuola e legami territoriali positivi, rischia di ridurre ulteriormente le opportunità legittime disponibili al ragazzo, spingendolo più a fondo nell'unica rete che a quel punto gli resta aperta.

Maranza: una povertà più affettiva che economica

Il fenomeno dei cosiddetti maranza, quello a cui la nuova norma guarda più da vicino, complica ulteriormente il quadro, perché non sembra correlato in modo diretto a deprivazione economica o culturale in senso tradizionale. Le testimonianze raccolte da osservatori sociali indicano una sottocultura trasversale a classi sociali ed etnie diverse, tenuta insieme non da un'origine comune ma da uno stile di comportamento e da un bisogno di appartenenza al gruppo. Una sociologa che ha studiato il fenomeno lo descrive come un atteggiamento nichilista tipico di una generazione cresciuta nella crisi e nelle disuguaglianze, più reazione che semplice devianza. Qui va fatta una distinzione che i resoconti giornalistici tendono a perdere: l'immaginario maranza attinge a una porzione specifica della trap e della drill, quella costruita esplicitamente attorno all'ostentazione di armi e violenza, non al rap nella sua interezza, un genere ben più ampio e plurale che include tradizioni narrative e politiche molto distanti da quell'estetica. Uno studio recente sulle sottoculture giovanili ha raccolto testimonianze dirette di alcuni rapper, interpellati come osservatori del margine più che come suoi rappresentanti, e la domanda che pone chi lo ha condotto non riguarda cosa manchi economicamente a questi adolescenti, ma chi doveva esserci, e non c'è stato, quando i ragazzi di cui parlano vivevano ciò che oggi raccontano nelle loro canzoni.

Va nella stessa direzione una testimonianza indiretta: quando i genitori vengono convocati dopo un episodio, il copione ricorrente, riportato dalle forze dell'ordine, è che la colpa è sempre di qualcun altro, mai del figlio, mai dell'educazione. Più che un segno di povertà culturale, sembra il sintomo di una funzione genitoriale che non tiene, a prescindere dal ceto sociale, e che lascia il ragazzo senza quello specchio critico e insieme accogliente che un buon educatore, in laboratorio o in famiglia, prova a offrire. A questo si aggiunge il ruolo della visibilità social nella costruzione dell'identità: un ragazzo che non riceve riconoscimento in famiglia può trovarlo, immediato e misurabile in visualizzazioni, mostrandosi nel gruppo che intimidisce o che infrange una regola. A spingere in quella direzione sembra più la fame di sguardo che la povertà economica, una fame che il digitale rende disponibile a costo quasi nullo.

Raccontare o alimentare?

Gli autori dei testi più crudi si difendono spesso sostenendo di documentare una realtà, non di propagandarla, come faceva Pasolini con le borgate romane, e nemmeno lui ne uscì indenne: parte della critica dell'epoca gli rimproverò di estetizzare ciò che diceva di voler solo raccontare. L'intenzione dell'autore, in altre parole, non controlla la ricezione del pubblico. Nel Regno Unito la tensione è finita in tribunale: un giudice londinese, di fronte a un imputato che difendeva i propri testi drill come puro intrattenimento, ha risposto di non credergli, e la polizia metropolitana ha costruito un archivio di oltre 1.400 video usati come prova processuale. La letteratura accademica segnala che questa equivalenza tra testo e confessione è spesso infondata e produce esiti discriminatori, ma non scioglie il nodo di fondo: se masse di adolescenti si riconoscono in quei testi, la distanza tra raccontarli e alimentarli si assottiglia, indipendentemente dalle intenzioni di chi li scrive.

Tre libri, la stessa materia psicologica

La letteratura ha già raccontato tutto questo, con esiti diversi a seconda di come lo stesso bisogno adolescenziale di gruppo e di riconoscimento viene incanalato. In West Side Story Jets e Sharks combattono per l'onore del gruppo e per un territorio simbolico, senza un vero movente economico, dentro famiglie quasi assenti dalla scena: è deprivazione affettiva messa in scena prima ancora che esistesse il linguaggio sociologico per descriverla, e la vicenda si chiude in tragedia.

In I ragazzi della via Pal lo stesso bisogno di banda, di territorio, di gerarchia tra pari produce un esito opposto. Molnár costruisce attorno a quel bisogno un ordinamento esplicito, un codice d'onore, e la storia culmina non in un omicidio ma nel sacrificio silenzioso del più debole del gruppo per fedeltà a un ideale di lealtà. Il romanzo mostra che il bisogno di appartenenza non produce necessariamente violenza: lo fa quando manca una struttura, adulta o autoprodotta dai ragazzi stessi, capace di trasformarlo in codice d'onore invece che in aggressione.

In Ragazzi di vita Pasolini rifiuta entrambe le cornici. I ragazzi delle borgate romane non hanno né la struttura morale dei ragazzi della via Pal né la parabola tragica costruita di Jets e Sharks: vivono in un tempo senza narrazione redentiva, prodotti di un margine che la città ha costruito e poi abbandonato a sé stesso. Il romanzo si chiude con una morte che non redime nulla e non punisce nessuno, mostra solo che la vita di quel margine continua a inghiottire chi ci vive dentro senza che il centro se ne accorga. È forse il testo più vicino alla domanda che questa riforma lascia aperta: non offre un colpevole da punire né un modello da imitare, mostra soltanto cosa succede quando la responsabilità educativa non arriva in tempo, o non arriva affatto.

Il vangelo del margine

Sul piano evangelico, il testo che meglio interroga questa vicenda è la parabola del figliol prodigo. Il padre non processa il figlio, non gli chiede di dimostrare la propria capacità di intendere e di volere prima di riaccoglierlo, gli corre incontro mentre è ancora lontano. Il racconto mette in scena anche l'obiezione opposta, quella del fratello maggiore che non ha mai sbagliato e non capisce perché chi ha sbagliato venga festeggiato, ed è esattamente l'obiezione di chi oggi sostiene la fermezza. Luca non risolve la tensione, la lascia aperta sulla soglia di casa.

Il riferimento più pertinente al ruolo di chi insegna e educa insieme resta però don Bosco, che nella Torino industriale dell'Ottocento si trovò davanti a ragazzi difficili delle periferie del suo tempo. Il suo sistema preventivo, fondato su ragione, religione e amorevolezza, si costruì in esplicita opposizione al sistema repressivo: il ragazzo va accompagnato prima che sbagli, non processato dopo, e l'educatore deve restare fisicamente presente accanto a lui anche quando sbaglia comunque. Papa Francesco ha reso questo impianto un criterio di lettura esplicito della realtà giovanile contemporanea, ripetendo che nessuno è irrecuperabile e parlando, in Evangelii Gaudium, di periferie esistenziali come luogo teologico privilegiato, quello dove la Chiesa deve andare non con un metro di giudizio più severo ma con una presenza più prossima.

Un ultimo episodio tocca quasi alla lettera il cuore della norma di questi giorni, l'inversione dell'onere della prova sulla colpevolezza: l'adultera di Giovanni 8, portata davanti a Gesù perché la legge presuma la sua colpa. Gesù non nega la colpa e non dice che la legge sia sbagliata, sposta il piano della domanda: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Resta, più che un argomento contro la responsabilità penale in sé, un avvertimento a chi giudica, perché ricordi la propria parzialità prima di applicare la pena con automatismo.

Tornando al laboratorio

Se il ragazzo lo si sbatte in galera, io non lo posso più incontrare. Non leggerà più un libro in vita sua, non troverà più in laboratorio quello spazio in cui l'errore, invece di essere una condanna, diventa il punto da cui si riparte. La Costituzione lo dice in modo che non lascia margini di ambiguità: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Del film Arancia Meccanica mi ha sempre colpito di più il secondo tempo rispetto al primo, quello in cui lo Stato prova a correggere Alex con un metodo che funziona sulla superficie del comportamento ma svuota la persona della capacità di scegliere, e quindi anche della capacità di essere responsabile in senso morale. È la stessa tensione che attraversa questa riforma: una fermezza che punisce senza costruire nulla accanto ha la velleità di produrre automi disciplinati, non persone che hanno imparato dall'errore.

Bibliografia

La norma e il dibattito

LaPresse, Imputabilità dei minori, via libera dal Consiglio dei ministri. Meloni: "Chi sbaglia paga", 24 luglio 2026.

Il Sole 24 Ore, Dai 14 ai 18 anni minori imputabili salvo prova contraria. Meloni: «Chi sbaglia deve rispondere», 23 luglio 2026.

Sky TG24, Presunzione imputabilità minorenni, Meloni: "Chi sbaglia risponde delle proprie azioni", 24 luglio 2026.

Adolescenza e neuroscienze dello sviluppo

Laurence Steinberg, Age of Opportunity: Lessons from the New Science of Adolescence, Houghton Mifflin Harcourt, Boston 2014.

Criminalità organizzata e welfare sostitutivo

Diego Gambetta, La mafia siciliana. Un'industria della protezione privata, Einaudi, Torino 1992.

Federico Varese, Mafie in movimento. Come il crimine organizzato conquista nuovi territori, Einaudi, Torino 2011.

Isaia Sales, Storia dell'Italia mafiosa. Perché le mafie hanno avuto successo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2015.

Nando dalla Chiesa, La convergenza. Mafia e politica nella seconda Repubblica, Melampo, Milano 2010.

Maranza, rap e sottoculture giovanili

Gabriel Seroussi, La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza, Agenzia X, Milano 2025.

Houria Bouteldja, Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un'alleanza dei barbari nelle periferie, a cura di Anna Curcio, DeriveApprodi, Roma 2024.

Lambros Fatsis, Policing the beats: The criminalisation of UK drill and grime music by the London Metropolitan Police, in "The Sociological Review", 67(6), 2019, pp. 1300-1316.

Il divieto di social ai minorenni

Courtney Barnes, Luke Wolfenden et al., Assessing the early effects of Australia's ‘Social Media Minimum Age Act’ on adolescent social media use, in "The BMJ", 2026, doi: 10.1136/bmj-2026-363695.

eSafety Commissioner, Governo australiano, Social Media Minimum Age Compliance Update, marzo 2026.

Letteratura citata

Arthur Laurents, Leonard Bernstein, Stephen Sondheim, West Side Story, 1957 (versione cinematografica 1961).

Ferenc Molnár, I ragazzi della via Pal, 1907.

Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, Garzanti, Milano 1955.

Stanley Kubrick, Arancia meccanica, 1971, dal romanzo di Anthony Burgess, A Clockwork Orange, 1962.

Fonti religiose ed ecclesiali

Vangelo secondo Luca, 15,11-32 (la parabola del figliol prodigo).

Vangelo secondo Giovanni, 8,1-11 (l'episodio dell'adultera).

Giovanni Bosco, Il sistema preventivo nella educazione della gioventù, 1877.

Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 2013.

Papa Francesco, Christus Vivit, 2019.

Commenti

Post più popolari