Ciao mondo!

 Salutare è salutare

 


 

In italiano diciamo che “lanciamo” un programma quando lo mandiamo in esecuzione. L’inglese preferisce un più asciutto “to run”, transitivo, con tutto il corredo dell’emoji dell’omino che corre. È una rappresentazione plastica del passaggio dal dire al fare: il testo scritto, fermo su un file, diventa attività. E in quel passaggio cambia anche il nome: quello che chiamavamo programma, una volta lanciato, si chiama processo. Il programma è la partitura, il processo è l’esecuzione: stato, memoria, tempo di CPU, una storia che comincia. Procedere, appunto, e procedere di corsa.

All’immagine del podista preferisco quella di un gruppo di amici, dati e istruzioni, che partono su una decappottabile incontro a una meritata vacanza. Un po’ come in Good Morning Starshine, dal musical Hair: quello slancio ingenuo e solare verso il giorno che comincia. In questa immagine i dati viaggiano accanto alle istruzioni come passeggeri della stessa auto, amici in corsa verso lo stesso mattino.

Si spera che la decappottabile non si vada a schiantare. Il software, almeno in questo, ha un vantaggio sulla vita: è più debuggabile.

Il primo programma realizzato da chiunque, in qualunque linguaggio, saluta il mondo con il suo “Hello, world!”. Prima ancora di calcolare, il codice si presenta. È un gesto sociale rivolto all’esterno, fin dal C di Kernighan e Ritchie: un salutare che precede il funzionare.

Il primo saluto umano al mondo è un pianto. Fa funzionare i polmoni del neonato e insieme garantisce la sopravvivenza: se il bambino non piange, la madre non lo allatta. Serve prima di tutto a questo. Solo una volta consolidate le pratiche per la sopravvivenza, porsi domande su come il mondo sia fatto e su come funzioni smette di essere un lusso: si entra nell’età del come e dei perché.

Ed è proprio nel momento in cui si saluta il mondo che si comincia a intravederne la struttura. Qualcosa emerge subito, a colpo d’occhio; altro richiederà tempo e pazienza per essere compreso davvero. La frase più nota sull’assenza di confini vista dallo spazio, quella che la tradizione attribuisce al cosmonauta sovietico Jurij Gagarin il 12 aprile 1961 a bordo della Vostok-1, “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”, appartiene proprio alla prima categoria: un dato che salta agli occhi, immediato, senza bisogno di indagine. Luca Parmitano l’ha confermato in tempi più recenti: “Mai come nello spazio ti accorgi che i confini non esistono. I confini sono solo dentro le menti delle persone”. È l’Overview Effect: lo sguardo da fuori che restituisce il pianeta come un tutto, senza le linee che tracciamo su carta. Quello che il pianto e il primo “Hello, world!” fanno intuire da dentro, distrattamente, l’astronauta lo vede da fuori, tutto insieme, in un solo istante.

Altre cose, invece, non si rivelano al primo saluto. La complessità di come il mondo funzioni davvero, i suoi meccanismi interni, i suoi processi, richiede un avvicinamento più lento, fatto di approfondimenti successivi.

C’è un saluto che prova a tenere insieme questi due tempi, l’istante e la lentezza: il saluto al sole dello yoga, il Surya Namaskar. A differenza delle altre soglie, che accadono una volta sola, questo è un ciclo, una sequenza di posizioni che il corpo ripete ogni mattina, uguale nella struttura e diversa nell’istanza, perché la luce cambia, il corpo cambia, la stagione cambia. È un atto di gratitudine verso qualcosa che c’era già prima di noi e continuerà dopo, ripetuto proprio perché la comprensione, a differenza della visione, ha bisogno di tempo per sedimentare.

Quattro soglie, dunque: il pianto che ci fa entrare nel mondo, il saluto che apre un programma, lo sguardo che vede il pianeta intero da fuori, il gesto che si rinnova ogni mattina. In ciascuna si saluta il mondo e, salutandolo, lo si comincia a conoscere: un poco tutto insieme, come l’assenza di confini vista dall’orbita, un poco a piccoli passi, come la complessità che si svela solo con pazienza.

Salutare è salutare. In italiano, il verbo che indica il gesto dell’incontro e l’aggettivo che indica ciò che fa bene condividono la stessa radice. Il pianto del neonato è, in senso clinico, salutare. Il primo “Ciao mondo!” è salutare per chi programma, il test che verifica che tutto funzioni. Il saluto al sole è salutare per definizione, è nel nome stesso della pratica. La frase di Gagarin restituisce, a chi la legge, una salute dello sguardo. La lingua sa da sempre che aprirsi al mondo fa bene.

 

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