We made necessity a virtue. We turned an adverse context into an opportunity.


 

Sta finendo venerdì. In vista di questo viaggio a Boston che incomincia domenica mattina l'agitazione è tanta: la solita sindrome dell'impostore, quel perfezionismo stupido che se non lo domini rischi di non goderti l'attimo, la paura che tutte quelle ore di corsi di inglese possano non essere serviti a niente. Per quest'ultimo aspetto mi affido veramente allo Spirito Santo, che ben saprà fare in modo che ci si possa comprendere anche parlando lingue diverse, ma mai contrapposte.

Per quello che dirò nello speech, inevitabilmente mi carico sulle spalle il mio vissuto e quello di tanti altri che hanno dovuto fare i conti con il contesto. Penso a mio nonno, che il papà era saltato su una mina sul Monte San Michele, quando lui aveva 8 anni ed era il più grande di quattro orfani, ai tanti zii emigrati in Svizzera e in Germania, al neonato che io ero, in braccio a mia madre che respirava l'ultima volta, stringendomi e salvandomi. Penso ai miei coetanei che non sono venuti fuori dal tunnel dell'eroina che ha mietuto vittime più della Spagnola e del Covid, mangiandosi gran parte dell'innovazione che la generazione del 68 e del post 68 era stata capace di elaborare. Penso agli occhi di tanti miei studenti, per i quali anche l'abbonamento del pullman era un sacrificio che la mamma faceva per dar loro opportunità di un futuro diverso. Penso alle moltitudini di persone costrette dalla fame e dalle guerre ad abbandonare il proprio Paese in cerca di fortuna e accoglienza, e a quanti sono morti lungo il tragitto. C'è un Mezzogiorno d'Italia e un Sud del mondo che meritano di essere rappresentati, che non cercano compassione o elemosine, ma esigono rispetto.

Tanti tra noi non hanno trovato alternative e sono partiti. Alcuni sono restati, accontentandosi ma non subendo tutto passivamente. Altri torneranno, e troveranno i loro posti un poco migliori di come li avevano lasciati. In "Ricomincio da tre", tutti quelli che incontravano Massimo Troisi gli domandavano: "Napoletano? Emigrante?". Ecco, un barese che va a Boston non da emigrante a dare voce ai tanti che sono stati condizionati sì dal contesto, ma anche che hanno saputo fare di necessità virtù.

C'è un passo dello speech al termine del quale devo stare molto attento a non scoppiare a piangere. "Ma voglio essere chiaro su una cosa. Questo framework non parla di Bari. Non parla nemmeno del Sud Italia. Nessuno di noi sceglie il tempo o il luogo in cui nasce. Alcuni di noi si trovano catapultati in contesti che il mondo ha deciso di considerare periferici: geograficamente, economicamente, culturalmente. La domanda è cosa fai con quella pressione. In fisica, quando tiri un elastico fino al limite, non lo stai indebolendo. Stai accumulando energia. Più lo tiri indietro, più lontano andrà quando lo rilasci. I contesti periferici funzionano allo stesso modo. La compressione è reale. Lo svantaggio è reale. Ma se trovi un modo per assorbire l'impatto invece di subirlo passivamente, quell'energia non scompare: diventa propulsione. C'è una storia antica su questo. Un ragazzo con una fionda sconfigge un gigante. Il gigante aveva armatura, esperienza e statura. Il ragazzo aveva un contesto periferico — e sapeva come usarlo. Questo è quello che intendo con Peripheral Innovation. Non la resilienza come resistenza. La resilienza come fionda."

La fionda di Davide il piccoletto rappresenta tutti i piccoli stratagemmi che sappiamo mettere in campo per dimostrare che non tutto dipende da un destino già scritto. I ragazzi di Don Milani lo avevano ben chiaro: "Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia". Nel tempio della scienza e della tecnologia mondiale voglio andare a prendere un applauso per ciascuno di questi giovani, di ieri, di oggi e di domani, che non hanno intenzione di rassegnarsi.

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