«Se domani mi proponessi di distruggere la Chiesa?»

Storia & Attualità

«Se domani mi proponessi di distruggere la Chiesa?»

Due uomini di potere, due papi, duecento anni di distanza. E la stessa tentazione di ridurre il Vaticano a uno strumento.

13 aprile 2026
Jacques-Louis David, 'Il Sacre di Napoleone' (1807, particolare). Napoleone incorona Giuseppina mentre Pio VII assiste sullo sfondo. Museo del Louvre, Parigi.

Jacques-Louis David, «Il Sacre di Napoleone» (particolare), 1807. Olio su tela, Museo del Louvre, Parigi. Napoleone, avendo tolto la corona dalle mani di Pio VII, la posa sul capo di Giuseppina: un gesto che i contemporanei lessero subito come una dichiarazione di autonomia dal potere spirituale.

C'è una scena che vale la pena rileggere con calma. Napoleone Bonaparte, all'apice del potere europeo, convoca il cardinale Ercole Consalvi e gli lancia una sfida: «Eminenza, voi sapete che io non conosco ostacoli. Posso distruggere chi voglio, uomini, cose, istituzioni. E se domani mi proponessi di distruggere la Chiesa? Ditemi quel che avverrebbe. Dite…»

La risposta del cardinale, senza scomporsi, è entrata nella leggenda: «Maestà, fareste una fatica inutile. Sareste vinto. Non siamo riusciti noi, noi preti, noi cristiani, con le nostre debolezze, con le nostre infedeltà, a distruggere la Chiesa. E vorreste riuscirci voi?» Lo scambio è famoso, citato spesso. Chi ha cercato traccia scritta negli atti ufficiali e nelle memorie del Consalvi, però, non ha trovato nulla di certo. Probabilmente è un aneddoto apocrifo, costruito nel tempo per illustrare un paradosso che la gente sentiva vero: quello della Seconda Novella del Decamerone, dove un ebreo si converte proprio perché vede la corruzione della Curia romana e conclude che solo lo Spirito Santo può tenere in piedi un'istituzione simile.

Vale la pena tenere presente questa ambiguità prima di usare la storia come specchio del presente.

Il primo atto: Parigi, 1801

Il rapporto tra Napoleone e la Santa Sede era cominciato con una stretta di mano. Il Concordato del 15 luglio 1801 fu un capolavoro di pragmatismo reciproco: Bonaparte voleva riportare la Francia rurale sotto un ombrello spirituale che lui potesse governare; Pio VII voleva sopravvivere alla Rivoluzione e riaffermare il primato della Chiesa in Francia. Entrambi ottennero qualcosa, entrambi cedettero qualcosa.

È importante ricordare che Pio VII non era soltanto una guida spirituale: era anche un sovrano temporale, capo di uno Stato con territori, sudditi e interessi politici propri. Il conflitto con Napoleone non fu uno scontro tra potere laico e potere religioso in astratto: fu uno scontro tra due sovrani, ciascuno convinto di dover prevalere sull'altro. Bonaparte voleva un papa come aveva i suoi vescovi, uno strumento della politica imperiale. Pio VII si rifiutò di esserlo.

La religione cattolica veniva riconosciuta come quella della maggioranza dei francesi, ma non come religione di Stato. In cambio, la Santa Sede riconosceva la Repubblica come forma legittima di governo. Il Primo Console nominava i vescovi; il Papa li istituiva canonicamente. Un equilibrio costruito su interessi opposti. Wikipedia, «Pio VII e Napoleone»

Bonaparte ci aggiunse subito 77 «articoli organici» che reintroducevano il gallicanesimo dalla porta di servizio: ogni decisione romana doveva ottenere il placet del governo francese. Pio VII protestò, poi calcolò che insistere avrebbe significato rimettere in discussione tutto. Tenne duro dove poteva, cedette dove doveva.

Poi le cose precipitarono. Nel 1809 Napoleone decretò l'annessione dello Stato Pontificio all'Impero. Il papa scomunicò i responsabili senza nominare l'imperatore, ma il destinatario era chiaro. Poco dopo Pio VII fu arrestato al Quirinale e deportato prima a Savona, poi a Fontainebleau. Nel 1813, sfinito dalla prigionia, firmò un abbozzo di nuova convenzione. L'imperatore lo fece subito pubblicare come «nuovo concordato». Cinque giorni dopo il papa lo ritrattò per iscritto. L'anno seguente Napoleone abdicava. Il 24 maggio 1814 Pio VII rientrava a Roma accolto da folle festanti.

Il papa non pronunciò il nome di Napoleone. Napoleone non riuscì a piegare il papa. Nessuno dei due ottenne quello che voleva davvero.

Occorre però aggiungere una nota che la retorica trionfale tende a dimenticare: il potere temporale della Chiesa non si concluse con la vicenda napoleonica. Continuò per decenni, fino a quando, nel 1870, le truppe italiane entrarono a Roma attraverso la breccia di Porta Pia e il Risorgimento poté finalmente compiersi. La tentazione di ricavarne una morale lineare, i potenti che sfidano il papa finiscono male, si scontra però con un'altra pagina della stessa storia: perché senza la sconfitta del potere temporale pontificio, l'Italia unita non sarebbe mai nata.

Il secondo atto: Washington, 2026

Duecento anni dopo, un'altra domenica sera, un altro uomo di potere pubblica un lungo messaggio contro il papa regnante. Donald Trump, sulla sua piattaforma Truth Social, definisce Leone XIV «debole sul crimine e pessimo sulla politica estera». Lo accusa di essere «molto liberale», di incontrare «simpatizzanti di Obama», di non capire la grandezza dell'America. E poi arriva la rivendicazione che, storicamente, non ha precedenti: «Se non fossi io alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano.»

Papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, nato a Chicago e primo pontefice americano della storia, aveva tenuto il giorno prima una veglia di preghiera per la pace. Senza nominare Trump, senza nominare l'Iran, aveva parlato di «delirio di onnipotenza» che alimenta le guerre, di leader chiamati a sedersi al tavolo del dialogo invece che a quello dove si pianificano le armi. Il messaggio era trasparente.

«Leone dovrebbe rimettersi in sesto come Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la Sinistra radicale, e concentrarsi sull'essere un Grande Papa, non un Politico.» Donald Trump, Truth Social, 13 aprile 2026

Leone non ha risposto con un comunicato ufficiale, né ha convocato una conferenza stampa. Ha risposto sul volo verso Algeri, parlando con i giornalisti a bordo, mentre cominciava un viaggio apostolico di undici giorni in Africa. Il tono era fermo, quasi disinteressato alla polemica: «Io non ho paura dell'amministrazione Trump. Continuerò a parlare ad alta voce del messaggio del Vangelo. Non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui.» E poi, con una frase che sembrava rivolta a tutto l'universo trumpiano più che al solo presidente: «Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcune persone stanno facendo.»

Il papa ha anche chiarito che la sua voce non è diretta a Trump in quanto tale: «Il messaggio è sempre lo stesso: la pace. Lo dico per tutti i leader del mondo, non solo lui. Cerchiamo di finire con le guerre.» Poi è atterrato ad Algeri, prima tappa di un itinerario che lo porterà anche in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Era, ha spiegato lui stesso, il viaggio che voleva fare fin dall'inizio del suo pontificato.

La risposta dell'episcopato americano

Mentre Leone XIV era già in volo, la reazione più significativa è arrivata dall'interno della Chiesa cattolica americana. L'arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, ha rilasciato una dichiarazione netta: «Sono profondamente addolorato che il Presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie nei confronti del Santo Padre. Papa Leone non è un suo rivale, né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime.»

Anche la Conferenza episcopale italiana ha espresso rammarico, ricordando che il papa «non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace». La solidarietà è arrivata persino da Matteo Salvini, che ha definito l'attacco di Trump «non intelligente». Una convergenza insolita, che dice qualcosa sulla portata dello sconfinamento compiuto dal presidente americano.

Trump ha vinto il 55 per cento del voto cattolico alle ultime elezioni, contro il 43 di Kamala Harris. Attaccare il primo papa americano della storia, e ricevere in risposta una presa di distanza pubblica dai vescovi statunitensi, non è una mossa politicamente neutra. È una crepa nel consenso che lui stesso ha costruito.

Uno specchio imperfetto

Il parallelo tra le due vicende è suggestivo, ma va maneggiato con cura. Pio VII era un sovrano temporale: aveva uno Stato, confini, interessi geopolitici. La sua resistenza a Napoleone si intrecciava con questioni di territorio e di potere politico concreto, non soltanto di principi spirituali. Leone XIV non governa nessuno Stato nel senso tradizionale: la sua autorità è di natura diversa, e le sue critiche a Trump riguardano guerre, migranti, pace, non rivendicazioni territoriali.

Ciò che i due episodi hanno in comune non è dunque una morale storica semplice. È qualcosa di più specifico: la tentazione, ricorrente nei potenti, di ridurre il papato a un elemento della propria narrativa. Napoleone voleva un papa che legittimasse l'impero. Trump, come ha dimostrato la sequenza di domenica sera, sembra voler fare qualcosa di più radicale.

Il taumaturgo e il pontefice

Poche ore dopo aver attaccato Leone XIV su Truth Social, Trump ha pubblicato un'altra immagine: un'illustrazione generata con intelligenza artificiale in stile pittura devozionale americana, in cui lui compare vestito con un manto rosso e bianco, nell'atto di guarire un malato con la mano luminosa. Intorno, aquile calve, bandiere americane, soldati in apoteosi, fuochi d'artificio, la Statua della Libertà. Un'iconografia cristologica esplicita, curata nei dettagli, pubblicata deliberatamente nelle stesse ore dello scontro col papa.

Sarebbe un errore leggerla come bizzarria o come sintomo di instabilità. Questa imagerie ha un nome preciso nella letteratura politologica: nazionalismo cristiano americano. Non è una novità nella comunicazione trumpiana, è un sistema di simboli coerente e collaudato, efficacissimo su una parte consistente dell'elettorato evangelico e cattolico tradizionalista. Trump e i suoi non usano questo linguaggio per sbaglio.

La sequenza delle due pubblicazioni rivela qualcosa di più preciso di un semplice attacco politico. Il messaggio implicito è: non ho bisogno della tua autorità spirituale perché ho la mia. Non è un laico che difende lo Stato dall'ingerenza del clero, come potrebbe sembrare a una lettura superficiale. È qualcuno che rivendica per sé una legittimità sacrale alternativa e concorrente a quella del pontefice.

La domanda non è più soltanto chi comanda. È chi parla in nome di Dio in America.

È proprio su questo terreno che la risposta di Leone XIV acquista tutto il suo peso. Il papa non ha accettato il duello. Non ha risposto colpo su colpo, non ha alzato i toni, non ha rivendicato autorità istituzionale. Ha fatto qualcosa di diverso: ha spostato il piano. «Non sono un politico, parlo del Vangelo.» Una frase che, letta accanto all'immagine cristologica di Trump, suona come un confine tracciato con precisione chirurgica. Non tra due poteri, ma tra due modi di intendere il sacro.

Napoleone voleva un papa utile. Trump sembra voler fare a meno del papa. Leone XIV, da un aereo in volo verso l'Africa, ha risposto con il Vangelo delle Beatitudini: «Beati i costruttori di pace.» La differenza non è di grado: è di natura. E rende il parallelo storico ancora più instabile di quanto sembrasse all'inizio.

Come andrà a finire, è presto per dirlo. Quello che la storia suggerisce, senza garantirlo, è che questo tipo di partita tende a complicarsi più del previsto per chi la apre. Ma la storia suggerisce anche altro: che chi si è ritratto come inviato di Dio per legittimare il proprio potere ha quasi sempre lasciato, alla fine, più domande che risposte.

Fonti: NBC News, CNBC, Axios, Newsweek, ANSA (13 aprile 2026) · Vatican News, «Il Papa: non sono un politico, parlo di Vangelo» · Famiglia Cristiana, «Papa Leone XIV replica a Trump» · Wikipedia italiana, «Pio VII e Napoleone» · brunacci.it, «Cap. IX, il Concordato: non ci riuscirono i preti»

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