Cassonetti intelligenti, utenti umani

 


Giusto un gesto. Ma quale gesto, esattamente?

Cassonetti intelligenti a Madonnella: tra tecnologia promettente e domande che nessuno si è ancora fatto

Lunedì 20 aprile 2026, nel salone di Palazzo della Città, assessori, presidenti di municipio, direttori generali e rappresentanti di CONAI si sono ritrovati per presentare ai giornalisti le prime 51 postazioni di cassonetti intelligenti destinate ai quartieri Madonnella e Umbertino di Bari (dove 'Umbertino' è il nome con cui una parte dei residenti ha ribattezzato negli ultimi anni la zona degli edifici liberty, distinzione che il Comune ha ora reso ufficiale senza che nessuno avesse indetto un referendum toponomastico). La campagna di comunicazione si chiama "Giusto un gesto" e promette di raccontare la novità in modo "chiaro, accessibile e rassicurante". Quattro spot video dal tono "leggero e ironico", social media, campagne sponsorizzate su Meta. Tutto molto curato, tutto molto smart.

Resto nel quartiere. Osservo. E mi faccio qualche domanda che gli spot non sembrano voler sfiorare.

Prima di tutto: di cosa si tratta, tecnicamente


Per chi non è del mestiere, i cassonetti "intelligenti" sono contenitori dotati di un sistema di apertura digitale: funzionano con una tessera personale oppure tramite un'app (nel caso specifico, l'app si chiama eGATE Digi). L'accesso è riservato ai residenti, che devono prima registrarsi sul portale di Amiu Puglia inserendo codice fiscale, email e indirizzo di residenza. Il sistema registra chi conferisce e, in prospettiva, quanto conferisce: è la base tecnica per arrivare alla cosiddetta "tariffazione puntuale", cioè pagare la TARI in proporzione a ciò che si butta davvero.

Dietro un cassonetto del genere c'è, in realtà, una filiera tecnologica non banale. Quando insegnavo reti ai miei studenti di quinta, avevamo affrontato come esercitazione proprio i sistemi di raccolta rifiuti intelligenti: ci eravamo confrontati con i protocolli LoRaWAN (progettati per trasmissioni a media distanza con consumi energetici minimi), con l'architettura fog/cloud per l'elaborazione locale e remota dei dati, con la continuità dell'alimentazione elettrica in mezzo alla strada, con la sicurezza dei dati personali. Era didatticamente ricco proprio perché metteva insieme informatica, telecomunicazioni, IoT e perfino educazione civica. Ricordo che alla fine di quel percorso i ragazzi avevano capito una cosa fondamentale: tra progettare un prototipo funzionante e farlo usare da persone reali in un contesto reale c'è una distanza enorme. Quella distanza si chiama, nel gergo della progettazione di prodotto, il "pretotipo": prima ancora di testare se il sistema funziona, occorre capire se le persone lo useranno, come reagiranno, dove si bloccheranno.

Il nodo che nessuno nomina: il divario digitale

La comunicazione istituzionale cita con sicurezza parole come "app", "codice digitale", "portale cittadino", "autenticazione". Lo fa con lo stesso tono con cui si spiega come usare un bancomat a chi i bancomat li usa da trent'anni. Ma Madonnella non è un quartiere di early adopters. È un quartiere popolare, con una quota significativa di popolazione anziana, con molte persone che il codice fiscale "associato alla TARI" non sanno nemmeno dove trovarlo, con altri che usano lo smartphone esclusivamente per le telefonate e i messaggi vocali su WhatsApp.

Non è snobismo dirlo. Non è nemmeno luddismo. È semplicemente guardare i dati: in Italia, secondo le ultime rilevazioni ISTAT, quasi un anziano su due non ha mai usato internet. E anche tra chi lo usa, le operazioni che richiedono registrazione, verifica dell'identità fiscale, download di un'app e autenticazione rappresentano una barriera reale, non teorica.

La cosa più rivelatrice, però, è un'altra. Anche con i cassonetti analogici, quelli che non richiedono alcuna app, la differenziata è un problema irrisolto. Basta stare per qualche minuto vicino a un cassonetto qualunque per assistere alla scena: qualcuno si avvicina con un sacchetto, guarda i contenitori, esita, poi sceglie quasi a caso. La domanda "di quale materiale è fatto questo rifiuto?" è già troppo difficile per una fetta consistente della popolazione. Aggiungere sopra a questa difficoltà uno strato di autenticazione digitale non risolve il problema a monte: lo sposta, e per qualcuno lo amplifica.

La scelta saggia: i cassonetti restano aperti

Merita un applauso, e non è scontato, la decisione di mantenere i cassonetti in modalità "sempre aperti" durante questa prima fase di transizione. È un atto di umiltà progettuale: si riconosce che il cambiamento richiede tempo e che forzare l'adozione dall'oggi al domani produrrebbe solo abbandoni dei rifiuti per strada. È esattamente l'approccio che un buon pretotipo dovrebbe consentire: osservare i comportamenti reali prima di chiudere il sistema.

Il rischio, però, è che questa fase transitoria si allunghi indefinitamente, e che i cassonetti "intelligenti" diventino di fatto cassonetti normali con un lettore di tessere inutilizzato sul fianco.

"Giusto un gesto": ma quale gesto, per chi?

La campagna di comunicazione è costruita sull'idea che aprire il cassonetto sia semplice, immediato, quasi automatico. "Non richiede sforzo né apprendimento: basta compiere il gesto giusto." È un messaggio pensato per chi ha già tutto il resto: lo smartphone, la connessione, un indirizzo email attivo, la dimestichezza con i form online.

Per chi non ha uno di questi prerequisiti, il gesto giusto è in realtà una sequenza di sei o sette passaggi, ciascuno dei quali può costituire un punto di abbandono. La tessera fisica distribuita all'URP di via Roberto da Bari è un'alternativa ragionevole, ma presuppone di sapere che esiste, di potersi spostare negli orari indicati, di affrontare una burocrazia minima che per qualcuno è già un ostacolo insuperabile.

Cosa si potrebbe fare

Detto tutto questo, l'obiettivo di fondo (aumentare la qualità e la quantità della raccolta differenziata, arrivare al 65% previsto dalla legge, preparare il terreno alla tariffazione puntuale) è condivisibile e urgente. Il finanziamento PNRR e PON Metro da circa 3,4 milioni di euro per 282 postazioni è un'opportunità concreta che sarebbe sciocco sprecare.

Alcune proposte, nell'ordine del possibile:

Primo, investire in mediazione umana sul territorio, non solo in comunicazione digitale. I quattro spot video su Meta raggiungeranno chi già sa usare Meta. Chi non lo sa ha bisogno di un volontario, di un operatore di quartiere, di un incontro nel cortile del condominio. Le associazioni di quartiere, i centri anziani, le parrocchie sono canali di comunicazione che costano poco e raggiungono chi altrimenti resta escluso.

Secondo, monitorare il tasso di registrazione e di utilizzo effettivo per quartiere e fascia anagrafica, e rendere pubblici quei dati. La sperimentazione è seria se produce dati leggibili e genera correzioni.

Terzo, prevedere un punto di assistenza fisica stabile nel quartiere durante tutta la fase sperimentale, non solo gli uffici URP in orari d'ufficio.

Una nota finale

Quando con i miei studenti avevamo finito l'esercitazione sui cassonetti intelligenti, uno di loro aveva fatto una domanda semplice: "Ma mia nonna come fa?" Non ricordo cosa avevo risposto. Probabilmente avevamo liquidato la cosa come un problema di "fase di adozione". Avevamo torto. Quella domanda era la domanda giusta, ed era più importante di qualunque protocollo LoRaWAN.

Bari può avere i cassonetti più tecnologici d'Italia e un tasso di differenziata che non si muove di un punto, se il sistema viene progettato solo per chi sa già come funziona. "Giusto un gesto", appunto. Ma prima di insegnare il gesto, bisogna assicurarsi che tutti possano farlo. 

P.S. Una domanda che la campagna "Giusto un gesto" non si è fatta

C'è un aspetto che la comunicazione istituzionale non nomina, e che merita almeno di essere segnalato.

L'app eGATE Digi non è sviluppata da Amiu Puglia né dal Comune di Bari. È un prodotto commerciale di emz - Hanauer GmbH & Co KGaA, un'azienda tedesca. I cittadini che si registrano sul portale di Amiu e scaricano l'app stanno di fatto conferendo i propri dati personali a un soggetto terzo privato, con sede all'estero: nome, indirizzo, codice fiscale (tramite il codice di attivazione), email, tipo di dispositivo, sistema operativo, e soprattutto orari e posizione GPS al momento di ogni singolo conferimento. L'app richiede che GPS e Bluetooth siano attivi durante l'utilizzo, perché scansiona i cassonetti nelle vicinanze.

La privacy policy di emz dichiara una "responsabilità congiunta" tra l'azienda tedesca e il gestore locale per il trattamento dei dati. Non un titolare unico: due soggetti che si dividono la responsabilità, con tutto ciò che questo comporta in termini di chiarezza per l'utente.

Il punto più delicato, però, è un altro. Sotto il GDPR, il consenso è una base giuridica valida solo se è libero: cioè solo se rifiutarlo non comporta conseguenze significative per chi lo rifiuta. Ma se il sistema diventa obbligatorio, o anche solo l'unica modalità pratica per accedere ai cassonetti, il consenso non è più libero. In quel caso la base giuridica corretta sarebbe l'interesse pubblico o l'obbligo legale, e andrebbe dichiarata esplicitamente nell'informativa. Nel comunicato del Comune tutto questo non compare.

Non è detto che ci sia un problema formale: potrebbe essere tutto in regola, con informative dettagliate nel portale di registrazione che semplicemente non sono state citate nella conferenza stampa. Ma il Garante per la protezione dei dati personali, in casi analoghi, ha già richiamato più volte le amministrazioni locali a una trasparenza proattiva, non reattiva. "Giusto un gesto" vale anche qui: dire ai cittadini, con la stessa chiarezza con cui si spiega come aprire il cassonetto, chi riceve i loro dati, per quanto tempo li conserva, e cosa succede se decidono di non darli.

 

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