Capelli rossi e ceneri: il teatro che non assolve nessuno
"Mercoledì delle Ceneri" di Valentina Esposito e della compagnia Fort Apache Cinema Teatro, reduce da una serie di repliche sold-out al teatro Vascello di Roma, è una novella "Canzone di Marinella": come nella celebre canzone di De André, si restituisce un nome e un volto a una giovane prostituta stuprata e portata via dalle acque del fiume. Cinquanta anni prima, nella notte del martedì grasso, Rosa è una ragazza con straordinari capelli rossi. In quei capelli è scritto e descritto il suo destino, alimentato da innumerevoli detti popolari che collegano colore e calore e alimentano stereotipi e fantasie su quanto una donna debba essere disponibile, perché rossa, mora o bionda, bella o brutta, bassa o alta, grossa o magra, santa o puttana. Per cinquant'anni il suo innamorato (impersonato da Giancarlo Porcacchia, tra gli interpreti più potenti di un ensemble straordinario) tornerà ogni giorno al fiume ad invocare che gli venga restituito almeno il corpo, perché l'unica parte di Rosa che era stata rinvenuta erano state soltanto ciocche di capelli, che rimangono sempre tali e quali, non soggette al disfacimento e alla putrefazione, eterne.
In paese fioriscono leggende rispetto alla tragica morte di Rosa, finché un bambino di quattro anni racconta di averne avuto una visione, tra luce e fuoco. Il bambino diventerà Ciuccio, l'omosessuale del villaggio, vittima di soprusi e violenze, fino ad un altro epilogo tragico. Dalla visione di Ciuccio è tratta una tradizione che comporta un rito profano che però si innesta nelle "radici" cristiane del paese, al punto che "vengono preti dai paesi vicini per divertirsi anche loro". Si costruisce ogni anno la Pupazza, un fantoccio con i capelli rossi ed i grandi seni, destinato ad essere bruciato in piazza la sera del martedì grasso, tanto poi ci si pentirà il giorno dopo che sono le Ceneri.
In realtà l'intera comunità fa proprio l'orrore della discriminazione, dello stupro e dell'omicidio, e se ne assume la responsabilità, ammettendo che ciascuno è permeato di questo schifo pagano, neanche minimamente scalfito da un cristianesimo di sola facciata. I rapporti di sottomissione della donna e di chiunque sia divergente sono la rappresentazione plastica del potere che violenta i giovani e ne neutralizza la forza creativa, in un loop di orizzonti chiusi.
È qui che ripenso a Salò di Pasolini e a quel "Non posso mangiare il riso! E allora mangia la merda!" che risuona solenne come una condanna definitiva, altro che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
La forza dei lavori originali di Fort Apache ha la sua genesi in una drammaturgia corale che parte dall'autobiografia di ciascuno. In questo lavoro sono riusciti ad esprimere l'orrore per i troppi omicidi di donne causati dalla piccolezza di uomini che avrebbero dovuto amarle, e lo fanno senza cadere neanche per un attimo nella retorica dei luoghi comuni, anzi raccontando di come siano i luoghi comuni condivisi da una comunità malata e immorale a determinare la violenza e la morte. Perché, seppure la responsabilità penale è personale, qualsiasi stupro è uno stupro di gruppo, qualsiasi omicidio nasce da idee mortifere condivise. Da questo trae origine il rito, che solo superficialmente prova a giustificare e sublimare la bruttezza che abita in ciascuno di noi.
No, non ci sarà quaresima purificatrice, né tanto meno Pasqua ad indicare una novità di vita per chi è predestinato dai capelli rossi e dai modi gentili a subire la prevaricazione.




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