Un rapido sospiro
Mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte.
È subito sera, ma tutto in una volta succede che è ancor più subito giorno.
Ricordo le guardie del militare. Era l’estate di un grande successo mondiale di Michael Jackson, Don't Stop 'Til You Get Enough. Ci ha fatto compagnia in interminabili notti di solitudine, con noi che la canticchiavamo storpiandola con quelle che ci sembrava fossero le parole del ritornello: “Chi va là, capoposto, non farti vedere no!”.
Le notti coi bambini che piangono non passano mai, ma anche lì cammini avanti e indietro nel corridoio, cullandoli con tutta la compilation delle canzoni colonna sonora, con i testi a volte fedeli, ma spesso reinventati.
Ho fatto le notti in ospedale. Nei reparti di neurochirurgia, e in quelli dove i molto anziani trascorrono i loro ultimi tempi. Chi ha vissuto quelle notti sa che si crea una comunità involontaria e strana: parenti e sconosciuti accomunati dalla stessa veglia, dalla stessa attesa, dal rumore ritmico della portantina che lava il lungo corridoio prima della fine del turno. E poi, quando il buio comincia a cedere, la stessa silenziosa gratitudine per il sole che torna.
In quei reparti il delirio è una presenza normale. Non fa paura, dopo un po'. Diventa quasi una voce del coro notturno, come quel grido ossessivo e incomprensibile di un paziente che per tutta la notte ripeteva qualcosa che suonava come "si impome", senza che nessuno capisse cosa volesse dire, finché arriva un momento che tutti crollano e regna la pace.
Ma il delirio non è solo rumore. È anche la superficie attraverso cui affiorano le cose più nascoste, quelle che la veglia ha tenuto sigillate per anni, a volte per decenni. Un compagno di stanza di mio nonno delirava chiedendo scusa a una giovane donna. Poco alla volta, nella frammentazione delle sue parole, emerse la storia: lui e i suoi amici, da giovani, erano scappati senza pagare dopo le prestazioni di una prostituta. Un piccolo sopruso, forse dimenticato da tutti gli altri protagonisti di quella sera. Non da lui. Chissà per quanti anni se lo era portato dentro, aspettando forse un'occasione che non era mai arrivata. Il delirio gliela offrì, quella notte, davanti a estranei che non lo conoscevano.
C'era però una costante, in tutte quelle notti. Al di là dei deliri individuali, delle storie particolari, delle colpe e dei rimpianti personali, quasi tutti, a un certo punto, invocavano la mamma. Non come ricordo, mi sembrava, ma come presenza attesa, come una soglia verso cui andare. Nella poesia "La madre", Ungaretti immagina il proprio momento finale come un ritorno: il figlio che arriva con le mani giunte in una invocazione, la madre che lo accoglie senza rimproveri e lo accompagna verso Dio, come cantandogli l'ultima ninna nanna.
Forse è questo che tutti cercano, nel buio. Le sue braccia aperte, il suo odore, la voce che diceva il tuo nome come nessun altro l'ha mai detto. Da bambini si chiama la mamma per paura del buio. Da vecchi anche, all’approssimarsi del buio definitivo. La stessa voce, lo stesso bisogno.
Ci consola il convincimento che, dall'altra parte, c'è qualcuno che ha atteso altrettanto. Ungaretti lo vede nell'ultimo verso della poesia: "Ricorderai d'avermi atteso tanto, e avrai negli occhi un rapido sospiro." Un'attesa che si scioglie nell'abbraccio che si conosceva già, quello imparato prima di ogni memoria, con il sangue e con il latte, e poi ritrovato mille volte senza sapere da dove veniva.
La festa della mamma, ogni anno, è celebrata da chi ha ancora sua madre, da chi l'ha persa da adulto e conserva ricordi precisi, da chi la ricorda con tutto il peso del rimpianto. Ma appartiene anche a chi invoca la mamma nel delirio notturno di un reparto ospedaliero. E a chi, per ragioni diverse, non ha mai avuto un ricordo da custodire, e condivide con tutti loro la stessa mancanza informe.
"Sentinella, quanto resta della notte?"
Il mattino viene. E con l'alba, ancora una volta, la stessa invocazione antica.




Commenti