Le stellette e i paramenti
Padre Andriy Zelinskyy, capo del dipartimento dei cappellani militari della Chiesa greco-cattolica ucraina, in un'intervista a Vatican News pone domande che bruciano: «Come mai l'uomo può essere così crudele? Come mai la verità nel nostro tempo è così debole e si può oscurare così facilmente?» Dal 24 febbraio 2022, dice, non esiste più una zona sicura in Ucraina. I cappellani stanno accanto ai soldati dove possono, e dove non possono raggiungono i civili portando aiuto umanitario.
Questo è un cappellano militare.
Oggi, 2 giugno, ai Fori Imperiali ne sfilano altri, in divisa, allineati e coperti con le truppe. La distanza tra le due immagini è la misura del problema.
Non contesto la presenza dei cappellani nelle Forze armate. Come negli ospedali e nelle carceri, chi vive a contatto quotidiano con la morte e la paura ha diritto a un fratello che lo accompagni. Massimiliano Kolbe non si limitò a condividere la condizione dei compagni di sventura ad Auschwitz: volle portare all'estremo il suo essere fratello, consegnandosi alla morte al posto di un altro. Questo è il modello.
Il punto è un altro. Quella vicinanza autentica esige che il cappellano non si faccia complice del sistema che produce sofferenza. Il prete che accompagna un condannato a morte non può essere favorevole alla pena di morte. Se lo è, addolcisce la pillola al soldo dei carnefici.
Mons. Savino, vicepresidente della CEI, lo ha detto chiaramente oggi: il problema non sono i singoli cappellani, ma il significato della loro partecipazione. «Il linguaggio dei simboli va preso sul serio», afferma, e inserire i cappellani in una parata militare rischia di far apparire il ministero sacerdotale come parte dell'ornamento religioso della forza armata. «La Chiesa deve stare accanto alle persone, non dentro l'estetica della guerra».
Pax Christi lo definisce un gesto «improvvido e profondamente antievangelico», che contraddice il richiamo di Papa Leone XIV a una pace «disarmata e disarmante» e ignora quanto scritto nel Documento di sintesi del Sinodo delle Chiese italiane e nella Nota pastorale CEI «Educare a una pace disarmata e disarmante».
Don Milani aveva già posto il problema sessant'anni fa: è la coscienza, non l'obbedienza cieca, che deve guidare il cappellano, se vuole essere guida morale e non funzionario del consenso.
Nella caserma dove feci la naja, a Gioia del Colle, la messa terminava con la preghiera dell'aviatore. La recitavamo tutti, senza troppo pensarci. Composta originariamente come formula di benedizione degli aerei, chiede a Dio le ali, lo sguardo e l'artiglio delle aquile, «per portare, ovunque tu doni la luce, l'amore, la bandiera, la gloria d'Italia e di Roma». E ancora: «fa, nella guerra, della nostra forza la tua forza, o Signore». Retorica apertamente fascista, mai revisionata, mai adeguata alla sensibilità di un Paese che, almeno sulla carta, è finalmente democratico. Il Dio delle battaglie al servizio della bandiera e di Roma: siamo fermi al 1920, all'alba del ventennio. Nessuno ha ritenuto opportuno cambiare una parola. Viene in mente la parabola interiore dei piloti dell'Enola Gay. Tibbets non mostrò mai rimorso. Lewis, il copilota, scrisse sul diario di bordo subito dopo lo sgancio: "My God, what have we done?" Poi anche lui imparò a convivere con la risposta. La preghiera dell'aviatore non interroga nessuno: benedice il volo, consacra la forza, tace sulle macerie.
La Chiesa non può venir meno alla sua vocazione profetica, anche a costo di perdere consensi e sovvenzioni. Quella vocazione non consiste nell'anestetizzare le masse, ma nell'interpretare i fenomeni per farli evolvere verso il bene degli uomini. Un cappellano in divisa che sfila tra i carri armati, recitando ancora oggi preghiere fasciste rimaste intatte da un secolo, è la negazione esatta di questo compito. È il clero che tiene a bada il popolo, non quello che lo libera.



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