Il Texas, la Bibbia, e un cristiano del Sud
Al Sud, quando si parla di qualcuno, si dice “un cristiano”. Non per alludere alle sue convinzioni religiose. Per dire: una persona. Un essere umano.
Questo è l’umanesimo che sento nel mio profondo quando pronuncio quella parola: l’amore e la curiosità per tutto ciò che è umano.
La notizia che il Texas ha reso la Bibbia lettura obbligatoria nelle scuole pubbliche mi ha dato da pensare. Non per indignazione, quella lasciamola a chi dispone già di un giudizio preconfezionato prima di leggere la notizia.
C’è un paradosso pedagogico che conosco bene: quando rendi obbligatoria una cosa, anche bellissima, la condanni a diventare materia, per di più scolastica. Materia è il contrario dello spirito, scolastica il contrario della libertà di pensiero. La Bibbia resa obbligatoria per legge è il modo più efficace per impedire che venga letta davvero.
Watzlawick lo chiamava il paradosso del “sii spontaneo”: un comando che distrugge ciò che ordina. Ma la mia perplessità deriva anche dal fatto che conosco quell’errore dall’interno.
Nella mia frequentazione delle chiese, ho incontrato fratelli e sorelle nella fede con cui condividevo i riti e poco altro. Per molti di loro la religione era protezione magica, santi e santini, identità da esibire come uno scudo. Una religiosità infantile, nel senso tecnico: che non è cresciuta, che non ha fatto i conti con il dubbio, che cerca certezze invece di senso.
Il Texas che impone la Bibbia nelle scuole fa la stessa cosa su scala istituzionale: usa un testo per costruire un’identità, non per aprire una domanda.
C’è però un errore speculare, che conosco altrettanto bene. Chi si è allontanato dalla Chiesa convinto che “cristiano” venga da “cretino”. La storia di quella parola dice il contrario: in francese chrétien indicava sia il cristiano sia chi, storicamente, subiva una carenza di iodio che ne limitava lo sviluppo mentale. Non per offendere, ma per includere: per ricordare che anche quella persona è un essere umano pieno, un cristiano come tutti gli altri.
Usarla come insulto non contribuisce certo alla maturazione di quegli atteggiamenti che consideriamo troppo elementari, né spinge all’autodeterminazione chi preferisce che qualcuno gli imponga dall’esterno i comportamenti, liberandolo dal peso della responsabilità del libero arbitrio.
Già che stiamo parlando di scuola, il format didattico a cui sono abituato parte dall’osservazione della realtà e procede per induzione a cercare quelle sistematizzazioni che chiarificano il senso delle cose. Vale per l’informatica, che o è scoperta laboratoriale oppure non è. Vale anche per la fede: parto da quello che vedo, da quello che succede, e cerco le parole che lo nominano. Trovo spesso che le parole migliori stiano nei Vangeli. Non come risposta, come domanda ben posta.
Sto finendo di scrivere un libro, “La parola che forma. Etica digitale e Vangelo, nel tempo delle macchine”, che prova a fare esattamente questo: chiedere cosa dicono già i testi biblici a chi costruisce e insegna i sistemi digitali.
Sono molto in imbarazzo, stretto tra due fuochi contrapposti: chi usa la Bibbia come un randello e chi i bigotti giustamente li cogliona, rischiando di far passare per bigotto anche me. Se chi ha parlato di religione come oppio dei popoli aveva ragioni da vendere, è proprio dall’incontro libero e personale con il testo biblico che ti accorgi di quale rispetto per l’uomo e per la sua libera determinazione trasudi da quelle pagine.
Ripensando ai cristiani “infantili”, si potrebbe dedurre che un libro come il mio faticherebbe a trovare lettori, dato che la mentalità delle maggioranze è o bigotta oppure allergica o indifferente all’aspetto religioso. Ho fiducia che ci sia qualche editore che condividerà con me la convinzione che proprio perché questo approccio è raro, proprio per questo sia necessario.



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