Istituti tecnici: una riforma che sacrifica proprio ciò che dovrebbe rafforzare

 

Una riflessione critica sui nuovi quadri orari — e un appello al Ministero

Tra le molte criticità dei nuovi quadri orari per gli istituti tecnici, una in particolare merita attenzione: la riduzione dell'Italiano, privato persino della letteratura nella denominazione del triennio. Non è una questione formale — è un segnale di che cosa si considera essenziale per un tecnico del futuro.

Sono passati i tempi delle interviste ai calciatori analfabeti: oggi la competenza chiave non è la padronanza di abilità spicciole, ma la capacità di comprendere processi complessi e di comunicare con colleghi e superiori.

Rispondere al fenomeno dell'analfabetismo di ritorno — con una quota crescente di popolazione incapace di comprendere un testo semplice — sacrificando proprio gli studi linguistici è una contraddizione che non si può ignorare. Le maestranze formate in questo modo rischiano di essere inadeguate alle sfide dell'innovazione tecnologica, e di costituire un limite anziché una risorsa per le imprese.

Compartimenti stagni

Ma c'è un secondo nodo, altrettanto serio: la canalizzazione precoce nella specializzazione fin dal primo anno. Come se il quattordicenne che sceglie debba essere vincolato a quella scelta anche quando, a sedici anni, ha maturato una visione diversa di sé e del mondo. Si tratta di una compartimentazione crescente tra indirizzi, in controtendenza rispetto alla realtà dell'ingegneria contemporanea, dove le competenze si integrano e si mescolano.

Un esempio eloquente: l'Informatica, nella sua accezione più piena, sarà insegnata solo nell'indirizzo di Informatica e Telecomunicazioni. Questo accade mentre il dibattito pubblico e il mondo del lavoro insistono sull'importanza del coding e dell'alfabetizzazione digitale per tutti i cittadini. Una incoerenza difficile da giustificare.

Non si tratta di bloccare ogni cambiamento. Ma sarebbe auspicabile che il Ministero dell'Istruzione e del Merito si fermasse, ascoltasse le voci del mondo della scuola e delle imprese, e valutasse almeno un rinvio di un anno dell'entrata in vigore di queste misure. Il tempo per una riflessione più ampia e partecipata non è un lusso: è una necessità.

Perché una riforma della scuola tecnica merita di essere discussa con la stessa competenza e visione di lungo periodo che chiediamo ai nostri studenti.

Se condividi questa preoccupazione, rilancia. Il confronto pubblico è il primo passo.

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