Una settimana da agnostico
Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, ha raccontato ad Avvenire di aver girato l'Italia con il suo ultimo film, "...che Dio perdona a tutti!", temendo le reazioni delle comunità cattoliche. Si aspettava polemiche. È successo il contrario: nessuno si è alzato indignato, nemmeno davanti alla scena della Via Crucis che più lo preoccupava. Ci sono state risate, invece. Alla fine, dice lui, si è accorto che il più bigotto era lui stesso.
Diliberto si definisce agnostico tendente all'ateismo. Ha riletto il Vangelo per lavoro, non per fede, e ne è uscito con una frase che mi ha colpito: consiglierebbe ai cattolici una settimana di agnosticismo, per costringersi a farsi domande invece di dare tutto per scontato. Il dubbio, dice, è quello che tiene viva la ricerca.
Ho pensato a questa intervista mentre mandavo in giro il manoscritto di un libro che ho scritto dopo cinquant'anni passati tra circuiti, righe di codice e aule di scuola. Si intitola "La parola che forma. Etica digitale e Vangelo, nel tempo delle macchine", e parte da termini tecnici, il polling, il legacy, la damnatio memoriae del codice, per interrogarsi su cosa significhi restare umani mentre le macchine imparano a fare sempre di più al posto nostro. Il Vangelo, in questo libro, è uno strumento di lettura, non un'etichetta da esporre.
Alcune delle persone a cui l'ho mandato, penso a chi ha dedicato una vita a studiare la fede o l'informatica o entrambe, lo hanno aperto e letto con la stessa disponibilità che Pif ha trovato nelle comunità che pensava ostili. Altri, immagino, lo hanno archiviato appena hanno letto la parola Vangelo nel sottotitolo, senza andare oltre. È un meccanismo che conosco bene da insegnante: il pregiudizio funziona sempre allo stesso modo, che venga da chi teme il dubbio o da chi teme la fede. Chiude prima ancora di guardare.
Quello che Pif racconta è l'esperienza opposta: si aspettava una chiusura e ha trovato apertura, in un pubblico che aveva pregiudicato lui per primo. Forse la lezione vale in entrambe le direzioni. Il Vangelo letto senza usarlo, come dice lui, apre delle domande. Il Vangelo evocato come marchio, per includere o per escludere, le chiude.
Continuo a mandare il manoscritto in giro. E continuo a sperare che chi lo riceve resista almeno una settimana alla tentazione di giudicarlo dal titolo.





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