Mi scusi, perché lei dice sempre diciotto?

 


Dato, informazione, e quello che resta quando il contesto se ne va

C'è un vecchio sketch di Gigi Proietti in cui un uomo, su un autobus e poi per strada, ripete ossessivamente un numero. Diciotto, diciotto, diciotto. Prende il caffè, si scotta, saluta un conoscente, sempre diciotto, diciotto, diciotto, come un rumore di fondo che accompagna ogni sua azione. A un certo punto un passeggero, spazientito e curioso, si fa coraggio: "Mi scusi, perché lei dice sempre diciotto?". E lui, invece di spiegare, passa a diciannove, e commenta seccato: "Ecco un altro che non si fa i fatti suoi".

Lo spettatore, a quel punto, ha capito tutto: diciotto era il conteggio dei ficcanaso incontrati fino a quel momento, e quella stessa domanda lo ha fatto scattare a diciannove. È una rivelazione che sembra completa, e in un certo senso lo è, per noi. Ma vale la pena fermarsi un secondo di più su questa storiella, perché nasconde una lezione precisa su cosa sia davvero un'informazione, e su quanto sia fragile il confine tra possedere un dato e comprenderlo.

Un numero non è un'informazione

Preso da solo, "diciotto" non dice nulla. Non sappiamo se sia un'età, un orario, un codice, un tic nervoso. È pura sintassi: un simbolo, ripetuto, privo in sé di qualunque significato che la sua forma possa rivelare. È esattamente la condizione del primo passeggero, prima di farsi coraggio: riceve un segnale continuo, ma non ha alcun modello per interpretarlo, e per questo guarda quell'uomo come si guarda qualcuno di vagamente inquietante.

L'informazione arriva solo nell'istante in cui otteniamo la chiave che permette di reinterpretare la sequenza. Ed è qui che la teoria dell'informazione, quella seria, quella di Shannon, dice una cosa controintuitiva ma decisiva: l'informazione non è una proprietà del messaggio, è una misura della riduzione di incertezza che quel messaggio produce in chi lo riceve. Lo stesso identico simbolo, la stessa sequenza di bit, può valere moltissimo o zero, a seconda di cosa sappiamo già prima di riceverlo. E una volta che l'abbiamo capito, quell'informazione specifica si esaurisce: se Proietti continuasse a dire diciannove altre cento volte, quei diciannove ripetuti non ci direbbero più nulla di nuovo. Sarebbero di nuovo puro dato, stavolta ridondante invece che ignoto.

La rivelazione che non si trasmette

C'è un dettaglio nello sketch che è facile lasciarsi sfuggire, e che è probabilmente la parte più interessante di tutta la faccenda. Noi spettatori abbiamo visto l'intera scena: sappiamo che diciotto era il conteggio, sappiamo cosa lo fa scattare. Ma quella completezza è un nostro privilegio, non una proprietà del numero. Chiunque, nella finzione, incroci quell'uomo dopo questa scena, vedrà solo un tizio che borbotta diciannove, o venti, o trecentoquarantasette, e tornerà punto e a capo, nella stessa opacità totale in cui si trovava il primo passeggero prima di farsi coraggio.

Questo significa una cosa precisa: l'informazione non viaggia dentro il segnale come un pacchetto sigillato che chiunque, in futuro, potrà aprire. Va ricostruita ogni volta, da ogni nuovo ricevente, insieme al segnale. Il contatore continua a incrementarsi nel mondo della finzione, ma la conoscenza del suo significato non si eredita per contiguità: va rigenerata da zero, con un nuovo atto comunicativo, un nuovo passeggero che si fa coraggio e chiede spiegazioni. Se nessuno lo fa più, quel numero resterà per sempre un contatore illeggibile, anche continuando a essere pronunciato con perfetta regolarità.

Il dato senza il suo tracciato

Chi lavora con i dati, e non solo in informatica, conosce bene la versione tecnica di questo stesso problema. Un file CSV senza intestazione, un JSON senza schema, un vecchio file a record fissi senza il tracciato che spiegava dove iniziasse e finisse ogni campo, sono esattamente l'equivalente formale del numero diciannove gridato sull'autobus: sintatticamente perfetti, semanticamente muti per chiunque arrivi dopo la scena originaria. Il dato c'è tutto, integro, leggibile byte per byte. Ma sapere cosa significhi resta un indovinello, a meno che qualcuno non conservi, da qualche parte, la chiave che permette di tradurlo.

E qui sta il punto più scomodo: quella chiave, il metadato, di solito non viaggia insieme al dato. Viaggia a fianco, spesso su un canale diverso, un documento a parte, una convenzione tacita tra chi genera il file e chi lo consuma, una specifica tecnica che invecchia più in fretta del dato stesso. Se quel canale si interrompe, per distrazione, per obsolescenza, perché chi sapeva è andato in pensione o l'azienda che manteneva la documentazione non esiste più, il dato non è perduto nel senso in cui lo è un file cancellato. È perduto in un modo più subdolo: è ancora tutto lì, sopravvive perfettamente al passare del tempo, e non serve più a nulla.

Quando la perdita non è un incidente

Fin qui abbiamo parlato di un'erosione che potremmo chiamare naturale, quasi entropica: supporti che si deteriorano, formati che diventano legacy, documentazione che si perde per semplice trascuratezza collettiva. Ma esiste un'altra categoria di perdita, più inquietante, perché non è un incidente, è una scelta. E qui il pensiero corre inevitabilmente a Orwell, al Ministero della Verità di 1984, agli impiegati che ogni giorno riscrivono i vecchi numeri dei giornali per farli coincidere con la versione corrente della storia, e poi bruciano l'originale nel memory hole.

La differenza tra distruggere un dato e alterarlo è più profonda di quanto sembri a prima vista. Distruggere lascia un vuoto, e il vuoto, per quanto scomodo, resta un indizio: un fascicolo con pagine mancanti, un log con un buco sospetto, dicono comunque "qui è successo qualcosa". Alterare, invece, non lascia vuoti: sostituisce l'originale con una versione perfettamente plausibile, coerente, priva di cuciture visibili. Il risultato non è un'assenza sospetta, è una presenza che si presenta come se fosse sempre stata così. Non resta nemmeno la possibilità di sapere che qualcosa è stato cambiato, perché insieme al fatto si cancella anche la memoria che quel fatto sia mai esistito in una forma diversa.

La sintesi che il partito di Orwell affida ai propri slogan, chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controlla il futuro, non è propaganda vuota all'interno del romanzo: è una descrizione lucida di come funzioni davvero il potere sulla memoria. A che serve convincere qualcuno con argomenti e prove, se si possono cambiare prima, di nascosto, proprio i fatti su cui quegli argomenti dovrebbero basarsi? Chi controlla i fatti ha già vinto la discussione, prima ancora che cominci.

Perché il digitale rende tutto più fragile, e più difendibile

Il mezzo digitale porta con sé una proprietà che la carta non ha mai avuto: la possibilità di un'alterazione priva di traccia fisica. Un giornale di carta riscritto lascia sempre, da qualche parte, la possibilità che una copia dell'originale sia sfuggita al controllo, in un archivio dimenticato, nella soffitta di qualcuno. Un file digitale sovrascritto, se non esistono backup o registri immutabili, non lascia alcuna cicatrice: il bit è semplicemente diverso da prima, e nulla nella sua struttura racconta che lo sia mai stato.

È anche per rispondere a questa vulnerabilità che sono nate tecnologie come i sistemi di controllo versione, dove ogni modifica resta concatenata crittograficamente a quella precedente, così che riscrivere la storia richiederebbe rifare l'intera catena in un modo che risulterebbe rilevabile. Non è un caso che l'informatica, dopo aver reso possibile l'alterazione invisibile, abbia dovuto anche inventarsi gli strumenti per renderla di nuovo costosa, evidente, tracciabile: la stessa disciplina che genera il problema custodisce anche, quando lo si vuole davvero, i mezzi per arginarlo.

La conoscenza non si eredita, si insegna

C'è un aspetto di tutto questo che riguarda da vicino chi, come mestiere, si occupa di trasmettere sapere. L'intero patrimonio di conoscenza accumulato in secoli di storia umana sta lì, intatto: nei libri, negli archivi, nelle biblioteche, nei musei, nei linguaggi stessi con cui pensiamo. Ma quel patrimonio non si trasmette per via genetica. Nessun bambino nasce sapendo leggere un testo o dimostrare un teorema. Occorre un lavoro lungo e deliberato, che comincia con i genitori nei primi anni di vita e si completa attraverso l'azione di una pluralità di insegnanti, perché quel sapere smetta di essere patrimonio di pochi e diventi patrimonio condiviso da chi, semplicemente perché è nato dopo, ancora non lo possiede.

C'è una canzone dei Nomadi, testo di Francesco Guccini, che coglie con precisione la stessa asimmetria di cui abbiamo parlato a proposito del dato e del suo contesto: "Per fare un uomo ci voglion vent'anni", quanto tempo lungo, quasi sproporzionato, serve per formare una persona capace di comprendere e a sua volta trasmettere un sapere, e quanto poco, invece, basti per interrompere quella trasmissione e vederla svanire. Un ciclo educativo mancato, una generazione che non insegna, un evento che spezza la catena, e quel sapere torna a essere pura sequenza di segni indecifrabili: esiste ancora, fisicamente, sugli scaffali, ma ha perso il canale che lo rendeva comprensibile, esattamente come il dato senza il suo tracciato record, o l'archivio la cui documentazione è andata perduta con l'ultima persona che la conosceva a memoria.

Il parallelo pedagogico si salda qui a quello informatico in un punto molto preciso: la conoscenza umana, se non viene insegnata attivamente, non decade per usura fisica come un nastro magnetico che si smagnetizza da solo. Decade per mancata trasmissione, cioè per l'assenza dello stesso lavoro che un genitore o un insegnante compie ogni giorno, spesso senza pensarci in questi termini, quando trasforma un segnale (una nozione, un testo, un gesto) in informazione per chi ancora non ha gli strumenti per decifrarlo da solo. Il sapere, in questo senso, non è mai un patrimonio acquisito una volta per tutte: è un processo che va rieseguito a ogni nuova generazione, quasi si trattasse di ricompilare un codice sorgente che, se lasciato fermo troppo a lungo, rischia di diventare illeggibile anche se, byte dopo byte, resta perfettamente intatto.

Interpretare il presente, interpretare il passato

Comprendere cosa sta accadendo ora e comprendere cosa è accaduto prima sono due esercizi diversi, ma egualmente costitutivi di chi siamo, come singoli e come collettività. Il primo ci permette di orientarci nel presente, di dare un senso a segnali che, senza contesto, resterebbero rumore. Il secondo ci permette di sapere da dove veniamo, e quindi di scegliere consapevolmente dove andare, invece di ricostruire ogni volta un'identità e un futuro su basi che qualcuno, per trascuratezza o per calcolo, ha già in parte cancellato.

Il numero che Proietti ripete sull'autobus, in fondo, non è così diverso da un archivio storico di cui si è persa la documentazione, o da un dataset con cui addestriamo oggi un sistema di intelligenza artificiale, aggiornato nel tempo senza conservare le versioni precedenti: in tutti questi casi, il segnale può continuare a essere emesso con perfetta regolarità, mentre la sua leggibilità dipende da qualcosa di molto più fragile del segnale stesso, la memoria condivisa di cosa quel segnale voglia dire. E quando quella memoria si spezza, per un guasto, per il tempo, o per una mano che ha deciso di riscriverla, quello che resta non è più informazione. È soltanto un numero, pronunciato nel vuoto, in attesa di un passeggero che, forse, non si farà mai più coraggio.

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