Bari, Cambridge, e l'energia potenziale delle periferie

 


Appunti dal MIT App Inventor Global Education Summit

Un contributo dalla periferia

Il mio intervento al MIT App Inventor Global Education Summit, tenuto al Kirsch Auditorium dello Stata Center il 6 luglio, parlava di una cosa sola: come si insegna informatica quando si parte da un contesto periferico o deprivato, senza farne un lamento ma una leva. "Teaching with the Sea on the Left" propone tre principi: il contesto come variabile pedagogica attiva, la continuità educativa come moltiplicatore, l'insegnante come nodo di una rete territoriale. Detto in altre parole: lo svantaggio di partenza non va subìto, va trasformato. Energia potenziale che diventa energia cinetica, se qualcuno si prende la briga di innescarla.

Cinquant'anni di informatica, ventinove passati a insegnare in un istituto tecnico di Bari, mi hanno insegnato che la periferia non è un limite geografico. È una condizione che si può abitare in due modi: piangendosi addosso, oppure facendone metodo. Ho scelto il secondo, e al Summit ho trovato conferma che non ero il solo a pensarla così.

Un bagno tra grandi cervelloni, e nessuno che se la tira

Una nota di ambiente, che dice più di molte analisi. Al MIT ci si trova a condividere gli stessi spazi, gli stessi bagni, gli stessi corridoi con alcuni dei cervelli più brillanti al mondo, e nessuno se la tira. È un dettaglio che dice qualcosa di preciso su cosa significhi essere davvero ai vertici di un campo: chi ha poco da dimostrare non ha bisogno di dimostrarlo con l'atteggiamento. Vale per le persone come vale, temo, per le istituzioni.

Tra gli adulti presenti, io con la mia età e un giovane ricercatore universitario spagnolo eravamo, di fatto, la rappresentanza europea. Il resto era ragazzi e ragazze, adolescenti e preadolescenti, arrivati da ogni angolo del mondo tranne l'Europa. Non è un dettaglio da poco.

Chi investe sui ragazzi, e chi no

Quando i miei studenti vinsero le Olimpiadi italiane di statistica, nessuno pensò a finanziare loro il viaggio per ritirare il premio di persona. Al Summit ho visto scuole di mezzo mondo portare i propri ragazzi migliori a vivere esperienze internazionali come cosa ordinaria, quasi dovuta. Non è solo una differenza di budget. È una differenza di quanto valore si attribuisce, concretamente, al talento giovane quando lo si trova.

Colpiscono i ragazzi asiatici, interventi profondi in un inglese impeccabile, al punto che uno si chiede se abbiano davvero l'età che dimostrano o quarant'anni di esperienza alle spalle. Colpisce, e fa piacere, la partecipazione massiccia delle ragazze: un'inversione di tendenza che a livello globale sembra ormai un dato acquisito, non più un'eccezione da segnalare con sorpresa.

E poi le ragazze giapponesi, uniforme scolastica con camicetta e gonna a pieghe, che sembravano appena uscite dalle medie e non particolarmente a loro agio con l'inglese parlato. Le ho viste scrivere sullo smartphone quello che volevano dire in giapponese, leggere la traduzione automatica in inglese davanti a una platea internazionale, e farsi capire. Non benissimo, ma farsi capire. Nessuna esitazione, nessun imbarazzo dichiarato. Lo strumento come ponte, non come scorciatoia.

Il telefono come mediatore, non come distrazione

Ho assistito a una sessione di brainstorming in cui un gruppo doveva scegliere quale applicazione mobile in ambito sanitario sviluppare durante l'hackathon. Anche lì lo smartphone come strumento di mediazione, non come oggetto da tenere a distanza. E gli spunti che venivano fuori erano tutti radicati in un'esperienza personale: l'amico che si è ammalato, la nonna che ha avuto un tumore. La motivazione a inventare qualcosa nasceva da lì, dal voler essere utili a qualcuno a cui si vuole bene. Difficile immaginare un punto di partenza più solido per insegnare, insieme, informatica ed empatia.

Nel mio speech ho parlato anche del divieto italiano di usare lo smartphone a scuola, incluso per finalità didattiche. È una norma che, vista da qui, mostra tutto il suo limite: preclude ai ragazzi italiani esperienze come queste, e rende impraticabile l'uso di uno strumento come MIT App Inventor, che dello smartphone si serve per insegnare il pensiero computazionale in modo concreto, non astratto. Si può discutere su come regolamentare l'uso del telefono a scuola. Vietarlo tout court, anche quando è la scuola stessa a proporne un uso didattico mirato, è un'altra cosa.

La schiena dritta

Non è un caso, credo, che a un summit con questa impronta internazionale, aperto e plurale, si respirasse anche un certo clima istituzionale. Qualche mese fa la presidente del MIT, Sally Kornbluth, ha reso pubblica la propria contrarietà a un'intesa proposta dalla Casa Bianca, che chiedeva a un gruppo ristretto di università americane di allineare alcune proprie politiche interne alle priorità politiche dell'amministrazione, in cambio di un trattamento di favore nell'accesso ai finanziamenti federali. Nella lettera inviata ai funzionari competenti, Kornbluth ha spiegato che l'istituto non poteva sottoscrivere clausole che avrebbero limitato la libertà di espressione e l'autonomia dell'ateneo, ribadendo che il sostegno alla ricerca scientifica deve fondarsi sul merito e non su altri criteri.

Non è una posizione da poco, in un contesto in cui altre università, secondo le stesse cronache, hanno preferito restare in silenzio mentre valutavano il documento. Mantenere la schiena dritta, in questi casi, non è un gesto simbolico astratto: è la precondizione perché un luogo come questo continui ad attrarre, senza filtri ideologici, ragazzi e ragazze da ogni parte del mondo, comprese le periferie più sperdute. La pluralità che ho visto al Summit, con tutta la sua varietà di provenienze, lingue e livelli di partenza, non nasce per caso. Nasce da una scelta istituzionale precisa, che qualcuno, in questo caso, ha fatto.

Tornando a casa

Torno a Bari con la conferma di un'intuizione che porto avanti da anni, dai tempi in cui programmavo il sistema operativo BCOS in Olivetti fino a oggi: la periferia, se la si sa leggere, non è un ostacolo da compensare ma una condizione da mettere a frutto. Il contesto deprivato costringe a essere concreti, a non dare nulla per scontato, a inventare metodo dove mancano le risorse. È lo stesso principio che ho visto applicato, su scala diversa, dai ragazzi giapponesi con lo smartphone in mano e dai gruppi che, in un brainstorming sanitario, partivano dal volto di una persona amata invece che da un mercato da conquistare.

Il resto, la parte che dipende dalle politiche educative italiane, non lo decido io. Ma continuerò a segnalarlo, ogni volta che se ne presenta l'occasione.

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