Augusto, Arduino e i delfini

 


Cosa c'entra un imperatore romano con un laboratorio di elettronica a Taranto? 

Sono a Taranto per condurre un corso Arduino. Sei sessioni, ventiquattro ore, cittadini che hanno deciso di imparare qualcosa di nuovo. Sali la scalinata del Palazzo della Provincia e già capisci che questo non è un posto qualunque.

Il palazzo ha quella solennità un po' austera che certi edifici pubblici italiani sanno esibire con naturalezza: marmo, volte alte, silenzio istituzionale. Poi le finestre ti aprono sul mare, e ti dimentichi di tutto. Dicono che i delfini si vedano spesso, là fuori, nello Ionio che brilla. E già questa sola cosa basterebbe a far capire dove sei.

Ma nell'atrio c'è un ospite inatteso che ti ferma.

Un Augusto di bronzo, in piena posa da condottiero, braccio alzato, sguardo che chiede silenzio prima di parlare. È la replica della celebre statua conservata ai Musei Vaticani, l'Augusto di Prima Porta, nota anche come "Augusto loricato" per la splendida corazza che indossa. Repliche bronzee di questa statua, realizzate dalle fonderie Chiurazzi di Napoli, furono collocate in epoca fascista in varie città d'Italia: Napoli, Roma, Torino, Fano, Brindisi. Quella di Taranto campeggiava sul lungomare, parte di un preciso progetto di monumentalizzazione del fronte mare voluto dal regime.

L'intenzione propagandistica era limpida. Mussolini voleva celebrare il proprio apogeo associando la sua figura a quella di Augusto. Il messaggio era: noi siamo i nuovi Romani, l'Italia risorge a impero. Peccato che l'impero in questione si riducesse a qualche colonia africana conquistata con i gas, e che il "nuovo Augusto" avrebbe portato il paese a un massacro. Proclamare la grandezza di Roma mentre si mandavano i ragazzi a morire in Albania e in Grecia con le scarpe di cartone ha un che di grottesco che nessuna retorica bronzea riesce a nascondere del tutto.

Però, fermati un attimo. Prima di archiviare tutto come pura impostura, guarda la statua davvero.

Sulla gamba destra di Augusto c'è un bambino: Eros, a cavallo di un delfino. Augusto ce l'ha piccolo, ai piedi, quasi come un piedistallo giustificativo. Ma quel delfino non è decorazione casuale: è propaganda teologica scolpita nel bronzo. Augusto discende da Venere attraverso Enea, e il delfino era l'animale sacro della dea. La presenza di Eros lì in basso dice: questo uomo non è solo un generale, è un predestinato.

E qui arriva il corto circuito bellissimo che solo Taranto può offrirti.

Il delfino non è un simbolo di importazione romana. È il cuore stesso di questa città. Taras, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria, è il fondatore spirituale dell'antica colonia magnogreca. Secondo la leggenda, mentre compiva sacrifici sulle rive dello Ionio per onorare suo padre, gli apparve improvvisamente un delfino: segno di buon auspicio, incoraggiamento a fondare una città. Sulle antiche monete di Taranto, Taras è a cavallo del delfino, tridente in mano. Oggi quel delfino è nello stemma civico. Lo stesso delfino che nuota là fuori dalla finestra, mentre spieghi ai corsisti come si collega una resistenza su una breadboard.

L'accostamento involontario è quasi commovente nella sua ironia: il fascismo piazza nell'atrio un Augusto con il suo piccolo Eros su delfino per evocare Roma eterna, e la città risponde in silenzio con tremila anni di delfini sulle monete, sullo stemma, nelle leggende, nel mare. Chi ha più radici, alla fine?

Già che colleghiamo cose che non hanno a che fare tra loro, facciamo l'ultima acrobazia.

Arduino: quello che teniamo in mano durante il corso, con i suoi pin e il suo microcontrollore. Il nome della scheda deriva da quello di un bar di Ivrea frequentato dai fondatori del progetto, nome che richiama a sua volta quello di Arduino d'Ivrea, re d'Italia nel 1002. Un bar. Un re medievale. Una scheda elettronica. Quando l'Italia è creativa, lo è davvero.

Arduino d'Ivrea fu un personaggio scomodo e controcorrente: scomunicato dal Papa, osteggiato dall'imperatore germanico, amato dalle città che non sopportavano il potere dei grandi feudatari. Un ribelle con una causa, sconfitto ma non dimenticato, tanto da diventare il nome di un bar di provincia, e poi di una piattaforma che oggi milioni di ragazzi in tutto il mondo usano per costruire cose, misurare il mondo, accendere luci, leggere sensori.

Augusto e Arduino: due modi opposti di lasciare il segno. Il primo con la forza delle legioni, della propaganda di Stato, del bronzo imposto dall'alto. Il secondo con la cocciutaggine di chi non si arrende, diffondendosi per contagio, per curiosità, per apertura. Augusto voleva l'eternità per decreto. Arduino la sta ottenendo per diffusione virale, una scheda alla volta.

Ecco perché il selfie finale sotto Augusto, a fine corso, sarà perfetto.

Un imperatore di bronzo che punta il dito verso un futuro che non aveva immaginato, circondato da persone che hanno appena imparato a fare cose concrete con strumenti aperti. In una città che sulla protezione dell'ambiente ha un conto aperto e urgente con la storia: splendida, fragile, segnata dagli insediamenti industriali, ancora capace di guardare il mare e aspettare i delfini.

La padronanza conquistata, quella vera, non si misura in province annesse. Si misura nel capire come funziona qualcosa, e nell'usarla per il bene di chi ci sta intorno.

Augusto avrebbe chiamato questo "civilizzare le province". Noi lo chiamiamo lifelong learning. Ed è decisamente meglio così.

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