Il rapporto dialettico tra scuola e lavoro

 

Sabato 3 gennaio alle 10:30 torna lo speciale del Polverone Magico, "Scuole alla radio", su Radio Città Fujiko 103.1 fm. Con Lorenzo Grilli parleremo di "Alternanza Scuola Lavoro" con interviste a Gaetano Passarelli, professore all'Istituto tecnico Belluzzi Fioravanti di Bologna, Pierangelo Indolfi già insegnante all'istituto tecnico Marconi-Hack di Bari e attualmente docente nella formazione professionale degli adulti, dell'ITS Academy Apulia Digital e professore a contratto presso il Politecnico di Bari, e Caterina Scrimali docente e referente progetti FSL al liceo Sabin di Bologna.

Buongiorno professore

«Buongiorno a voi»

Lorenzo: Nel tentativo di dipanar la matassa, Le chiediamo una valutazione generale. Cosa c’è che va e cosa non va nel nostro modello di alternanza?

«Provo a dipanare la matassa partendo da un equivoco che secondo me pesa molto nel dibattito pubblico.

Spesso si parla di lavoro solo in negativo, come se fosse sinonimo di sfruttamento o alienazione. Ma non è un atteggiamento particolarmente progressista. La nostra Costituzione dice che la Repubblica è fondata sul lavoro, cioè su qualcosa che riguarda la dignità e l’identità delle persone.

Detto questo, è vero che molte cose oggi non funzionano. L’alternanza non va quando diventa solo un adempimento burocratico: ore da contabilizzare, studenti mandati a caso, esperienze scollegate da quello che studiano, a volte dentro un mondo del lavoro che fatica esso stesso a essere sano. In quei casi i ragazzi non imparano nulla e si portano a casa solo frustrazione.

Credo che il problema non sia il collegamento tra scuola e lavoro: quello, in sé, ha molto senso. Anzi, fa parte di una tradizione educativa molto forte. Penso a Don Milani, a Rodari, alla scuola attiva. Don Milani, ad esempio, vedeva il lavoro come uno strumento di emancipazione: cultura e lavoro insieme per formare cittadini consapevoli, capaci di capire e anche di criticare il sistema in cui vivono.

C’è una scena bellissima in "Diario di un maestro" di Vittorio De Seta: il maestro fa entrare in classe il padre muratore di un alunno, con la cazzuola e il filo a piombo. E lì succede qualcosa di rivoluzionario: il lavoro manuale diventa sapere, diventa linguaggio, matematica, scienza. La scuola smette di essere separata dalla vita.

Ecco, l’alternanza funziona quando fa questo: quando valorizza il territorio, le competenze reali, le persone. Non quando si limita a spostare gli studenti da un edificio a un altro.»

Adele – e per il futuro crede ci potranno essere degli ulteriori cambiamenti? Magari aggiustamenti, in meglio oppure in peggio?

«Io penso che il futuro dell’alternanza dipenda molto da una scelta culturale, prima ancora che normativa.

Dobbiamo decidere se vogliamo una scuola che produce solo titoli di studio oppure una scuola che forma cittadini.

Se continueremo a pensare che la cultura “vera” sia solo quella astratta, separata dalla vita concreta, allora l’alternanza peggiorerà e diventerà sempre più vuota. Paradossalmente oggi vedo anche a sinistra un certo snobismo culturale verso il lavoro manuale e tecnico, come se non fosse degno di essere chiamato cultura.

Se invece torniamo a una visione più sana, in cui il lavoro è parte dell’identità delle classi lavoratrici e può essere anche strumento di riscatto, allora l’alternanza può migliorare molto.

Ma deve essere pensata bene, progettata insieme al territorio, collegata davvero ai percorsi di studio e accompagnata da docenti che ne diano senso.

In breve: l’alternanza non va difesa o attaccata in blocco. Va ripensata. Quando diventa un ponte serio tra scuola, vita e lavoro dignitoso, allora non è un problema: è scuola nel senso più alto del termine.»

 

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