sabato 30 maggio 2009

Nostalgia del futuro

Vetrata dello Spirito Santo nella cattedrale cattolica di Cork, Irlanda by Wayne WaltonA Pentecoste voglio dirvi qualcosa sul dono dello Spirito Santo, sulla novità che egli è capace di introdurre nella nostra vecchiaia, sugli orientamenti che egli è solito provocare nella vita degli uomini.
Se avessi spazio e tempo, vi parlerei dello Spirito Santo come ospite dell’uomo. E mi attarderei sulla riscoperta che nella Chiesa si va facendo di lui. E vi annuncerei le meraviglie che egli opera in tante anime, nelle quali dorme, o freme, o urla, o riposa gemendo.
Oggi, però, voglio parlarvi della Pentecoste come “festa difficile”.
Sì la Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo – anche per molti battezzati e cresimati - è un’illustre sconosciuto. È difficile perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi.
Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.

Il complesso dell’ostrica.

Siamo troppo attaccati allo scoglio: Alle nostre sicurezze: Alle lusinghe gratificanti del passato: Ci piace la tana: Ci attira l’intimità del nido: Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto: Se non la palude, ci piace lo stagno:
Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia.
Lo Spirito Santo invece ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.

Il complesso dell’una tantum.

È difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente: Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un pezzo di strada, ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini, dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.
Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di un percorso faticoso e imprevedibile ci rattrista.
Lo Spirito Santo invece ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare senza comodità forfetarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.

Il complesso della serialità.

Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui la crisi della protesta nei giovani e l’estinguersi della ribellione.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto delle molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone le ricchezze delle diversità.
La Pentecoste vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro.

Don Tonino BelloAlla finestra della Speranza. Lettere di un vescovo

Segnalo con lo stesso titolo, ma diversissimo, questo post di Roberto Cotroneo.

1 commenti:

Aliza ha detto...

grazie, bellissimo post.
Buona festa di Pentecoste A