mercoledì 24 settembre 2008

Via Antonio Canova 29, ROMA


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Solo da un estratto dell'atto di nascita (dato che mia madre morì in un incidente stradale quando avevo 9 mesi e mio padre prese altre strade) seppi dov'ero nato. E tutte le volte che sono andato a Roma una puntatina ce l'ho fatta davanti al portone di quell'ospedale San Giacomo, tra Via del Corso e Via di Ripetta. Sono puttanate, lo so, ma uno cerca di capire dove è iniziata l'avventura, specie se non ci sono testimoni oculari che te lo raccontano.

Leggo oggi che Marrazzo, dopo aver speso tanti soldi per ristrutturarlo, lo vuole chiudere. Se lo fai ti giuro che ci vado io a mi manda raitre.



Segnalo che su Facebook è stato aperto il gruppo rete permanente x il san giacomo: un'aggiornamento su quanto succede dopo la chiusura dell'Ospedale San Giacomo di Roma, un sostegno a tutti gli operatori (medici ed infermieri ecc.) che per anni si sono impegnati nei diversi reparti.

5 commenti:

suburbia ha detto...

Un abbraccio

Pierangelo ha detto...

:-)

Anonimo ha detto...

e dopo?
Jonuzza

Pierangelo ha detto...

@Jonuzza:
e dopo cosa?

Pierangelo ha detto...

Purtroppo il San Giacomo muore in questa notte di Halloween dell'anno bisestile 2008. E lo fa nel peggiore dei modi, coi celerini mandati direttamente da Palazzo Chigi.

Sono molto amareggiato e ho già spiegato il perché; poi dopodomani è anche il giorno dei Morti...

Sarà una coincidenza, ma queste parole, che forse mi aiutano un po' a continuare a sperare, sono contenute in un testo che si chiama "Lettera ai Romani" (mica ai Corinzi o ai Tessalonicesi):

"Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.
La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.
"