Insegnare, a piedi
Il racconto di Atti 8,26-40 è una storia che si muove. Non succede in un’aula, né in un tempio, né dietro una cattedra. Succede per strada. Filippo cammina, l’altro viaggia. Nessuno dei due “sta fermo” nel senso rassicurante del termine. Ed è già una prima indicazione potente per chi insegna.
L’insegnante, qui, non è il detentore della verità che aspetta di essere raggiunto. È uno che accetta di mettersi in marcia accanto a qualcuno che sta cercando un senso. Un compagno di viaggio, più che una guida turistica con l’ombrellino alzato. Non dice: “Seguimi”. Dice, di fatto: “Camminiamo insieme per un po’”.
La domanda centrale del racconto è disarmante nella sua semplicità: «Capisci quello che stai leggendo?»
La risposta è ancora più onesta: «E come potrei, se nessuno mi guida?»
Qui non c’è ignoranza da colmare con una spiegazione brillante. C’è una solitudine da rompere. La ricerca di senso, da soli, spesso è un rumore di fondo: confuso, stancante, a volte frustrante. Vasco Rossi direbbe che “un senso” non si trova, ma si cerca. E magari non lo si trova da soli. In due, forse, resta difficile uguale — ma almeno diventa meno opaco, meno angosciante.
L’insegnante non è colui che ha il senso, ma colui che accetta di cercarlo insieme a qualcun altro. Con un vantaggio, certo: più esperienza, più strumenti, più parole. Ma senza la pretesa di arrivare già alla fine del discorso.
Poi succede qualcosa di decisivo: il tempo condiviso produce gratitudine. Non perché uno abbia “vinto” sull’altro, ma perché entrambi sono cambiati. È il paradosso più bello dell’educazione: quando funziona davvero, smette di essere verticale.
Vale il vecchio aforisma delle mele e delle idee: scambiandoci le idee, non perdiamo nulla. Anzi, usciamo entrambi più ricchi. E a quel punto le gerarchie iniziano a scricchiolare. Chi ha imparato qualcosa di autentico non resta più “sotto”. È semplicemente alla pari, su un piano diverso.
Il battesimo, nel racconto, non è un gesto solenne dall’alto verso il basso. È un’immersione. Si entra nell’acqua insieme. Nessuno resta all’asciutto.
Se lo leggiamo in chiave laica, è una metafora potentissima: il vero passaggio di stato — diploma, maturità, autonomia — non avviene perché qualcuno certifica dall’alto, ma perché a un certo punto ci si riconosce uguali. Non identici, ma pari in dignità intellettuale.
È per questo che ha senso, alla fine degli esami, portare gli “ex alunni” al bar. E chiamarli colleghi. Non per buonismo, ma per coerenza. Se l’insegnamento è stato autentico, il rapporto non può restare quello di prima. Chi ha camminato insieme, a un certo punto, può sedersi allo stesso tavolo.
Forse insegnare è proprio questo: accettare che il momento più riuscito del nostro lavoro coincida con quello in cui non siamo più indispensabili. Come Filippo che, dopo l’acqua, scompare dalla scena. Nessuna uscita teatrale. Solo la consapevolezza che il cammino può continuare anche senza di lui.
E va bene così.



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