lunedì 16 marzo 2009

L'uomo che non tolse più il cappello

da La Gazzetta del Mezzogiorno del 15.3.2009:

Un secolo fa. Era una Puglia aspra e feudale, abitata da una sterminata plebe rurale, abituata a vivere e a morire nel fango e nell’anonimato, come sospesa in un tempo ferocemente immobile, affamata di pane e di miracoli, educata alla soggezione verso quella casta agraria (nuova borghesia o vecchia aristocrazia) che imponeva il proprio dominio come fosse una volontà del cielo. Nelle albe primonovecentesche del Sud il lavoro era ancora servitù della gleba, nelle piazze bellissime dei nostri paesi ancora col buio si mettevano in vendita le braccia, era il mercato dei braccianti ruotante attorno a una nuova figura di organizzatore e mediatore sociale: il caporale. Il caporalato era il presidio violento del latifondo, la ronda che controllava il territorio della subordinazione coatta al padrone, il selettore capriccioso della forza-lavoro: come in un’arcaica lotteria della vita, il caporale sceglieva a suo piacimento chi lavorava e chi no. Si era esclusi perché fisicamente considerati inidonei, perché sospettati di coltivare sentimenti socialisti, o semplicemente per esaurimento dell’offerta. Non esisteva orario di lavoro, da tenebra a tenebra, da notte a notte, spesso dovendo percorrere chilometri nella terra melmosa e petrosa portandosi sulle spalle gli attrezzi agricoli. Non esisteva salario che non fosse un tozzo di pane condito con una goccia d’olio. Il lavoro era merce povera, grezza, un puro fatto biologico da consumare (e da cui farsi consumare) in solitudine, in silenzio.

Un secolo fa, nella campagna poverissima di Cerignola, fu un bracciante affamato a rompere per sempre quel silenzio e a spezzare le catene di quella solitudine che occultava la struttura materiale e simbolica di una gigantesca ingiustizia. Peppino Di Vittorio, ancora fanciullo, aveva visto morire suo padre e ne aveva dovuto ereditare la fatica nei campi. Ma quel bambino sentiva il fascino della parola, coltivava una straripante voglia di conoscere e di capire, comprò quel prodigioso libro che contiene tutte le parole del mondo (un dizionario), e costruì così, nella fatica supplementare di una auto-educazione, il sentimento della propria «autonomia intellettuale». Le parole gli servirono per decifrare i codici di una società odiosamente classista, e contemporaneamente per dare voce e significato a quelle vite, a quei volti, a quei cafoni il cui destino era parso pesare quanto una foglia in autunno. Vite smarrite di un lavoro da schiavi, di gente abituata a levarsi il cappello di fronte al padrone, in segno di ancestrale rispetto, in segno di atavica obbedienza. Perché lui era il padrone, i gendarmi lo proteggevano, i caporali ne garantivano la forza economica, il clero, in cambio di laute elemosine, ne magnificava la munificenza. Di Vittorio insegnò ai braccianti di Puglia – e del mondo – a non togliersi più quel cappello, e cioè a non subire oltre all’artiglio di un odioso comando di classe anche la carezza ideologica della soggezione paternalistica. Non togliersi il cappello significa guadagnare un punto di vista autonomo, prendersi spazi di libertà, cominciare ad abitare il lavoro come una narrazione collettiva, come una dimensione sociale, come un legame di comunità.

Questa storia di un secolo fa va in onda stasera e domani su Rai 1 in una bella fiction coprodotta anche dalla nostra Regione e dalla nostra Apulia Film Commission. «Pane e libertà»: un storia che dice del nostro ieri ma anche del nostro oggi. La crisi, la paura del futuro, l’angoscia della precarietà tornano, in forme nuove, a bussare alle nostre case e ci ricordano che non c’è modernità se non c’è dignità e diritti nel lavoro; che non c’è libertà che non comporti fatica e lotte e passione. Anche oggi che i braccianti parlano slavo o africano, e i nostri ragazzi tornano ad emigrare per cercare un varco di speranza, anche oggi c’è bisogno di trovare un libro che ci dica le parole, quelle che mancano, quelle che Peppino seppe trovare e che a noi mancano ancora.

Nichi Vendola



1 commenti:

cheyenne ha detto...

Una frase sempre attualissima del grande Giuseppe Di Vittorio:

“E’ meglio avere torto insieme piuttosto che aver ragione da soli”

chissà perchè mi ricorda qualcosa scritto sul tuo blog ;-)