giovedì 8 maggio 2008

Mica il Paese delle barzellette


"Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa. Tutto nel piano di Rinascita, che preveggenza, è finita proprio come dicevo io"

Licio Gelli

3 commenti:

suburbia ha detto...

Preveggenza o perseveranza di chi l'ha attuato??

Anche questo e' un piano di rinascita?
"Lo Stato deve provvedere generosamente alle vedove e agli orfani, il commercio sarà favorito, le tariffe dei trasporti saranno ribassate, e le imposte, se non verranno abolite, saranno però ridotte.
Talvolta avviene che un ceto di cittadini sia dimenticato o che non si faccia luogo ad una diffusa esigenza popolare. Allora si inserisce in gran fretta nel programma ciò che ancora vi trova posto, fin quando si possa con
buona coscienza sperare di avere calmato l'esercito dei piccoli borghesi e delle rispettive mogli, e di vederlo soddisfatto. Così, bene armati e confidando nel buon Dio e nella incrollabile stupidità degli elettori, si
può iniziare la lotta per la «riforma» (come si suol dire) dello
Stato."

Pierangelo ha detto...

Il brano citato da Suburbia è tratto dal Mein Kampf di Adolf Hitler.

La storia è maestra di vita.

suburbia ha detto...

E questo discorso di insediamento com'e'???
ciao

Signori, quello che io compio oggi, in questa Aula, è un atto di formale
deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di
speciale riconoscenza. Da molti, anzi da troppi anni, le crisi di Governo
erano poste e risolte dalla Camera attraverso più o meno tortuose manovre ed
agguati, tanto che una crisi veniva regolarmente qualificata come un
assalto, ed il Ministero rappresentato da una traballante diligenza postale.
Ora è accaduto per la seconda volta, nel volgere di un decennio, che il
popolo italiano - nella sua parte migliore - ha scavalcato un Ministero e si
è dato un Governo al di fuori, al disopra e contro ogni designazione del
Parlamento.
Il decennio di cui vi parlo sta fra il maggio del 1915 e l'ottobre del 1922.

Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di
dissertare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione
ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per
difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle «camicie nere»,
inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio
nella storia della Nazione. Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo
stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore
saggezza è quella che non ci abbandona dopo la vittoria. Con 300 mila
giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad
un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e
tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia
un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un
Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo
primo tempo, voluto.

Gli avversari sono rimasti nei loro rifugi: ne sono tranquillamente usciti,
ed hanno ottenuto la libera circolazione: del che approfittano già per
risputare veleno e tendere agguati come a Carate, a Bergamo, a Udine, a
Muggia. Ho costituito un Governo di coalizione e non già coll'intento di
avere una maggioranza parlamentare, della quale posso oggi fare benissimo a
meno, ma per raccogliere in aiuto della Nazione boccheggiante quanti, al di
sopra delle sfumature dei partiti, la stessa Nazione vogliono salvare.
Ringrazio dal profondo del cuore i miei collaboratori, ministri e
sottosegretari: ringrazio i miei colleghi di Governo, che hanno voluto
assumere con me le pesanti responsabilità di questa ora: e non posso non
ricordare con simpatia l'atteggiamento delle masse lavoratrici italiane che
hanno confortato il moto fascista colla loro attiva o passiva solidarietà.
Credo anche di interpretare il pensiero di tutta questa Assemblea e
certamente della maggioranza del popolo italiano, tributando un caldo
omaggio al Sovrano, il quale si è rifiutato ai tentativi inutilmente
reazionari dell'ultima ora, ha evitato la guerra civile e permesso di
immettere nelle stracche arterie dello Stato parlamentare la nuova impetuosa
corrente fascista uscita dalla guerra ed esaltata dalla vittoria.

Prima di giungere a questo posto, da ogni parte ci chiedevano un programma.
Non sono ahimè i programmi che difettano in Italia: sibbene gli nomini e la
volontà di applicare i programmi. Tutti i problemi della vita italiana,
tutti dico, sono già stati risolti sulla carta: ma è mancata la volontà di
tradurli nei fatti. Il Governo rappresenta, oggi, questa ferma e decisa
volontà.

La politica estera è quella che, specie in questo momento, più
particolarmente ci occupa e preoccupa. Ne parlo subito, perché credo, con
quello che dirò, di dissipare molte apprensioni. Non tratterò tutti gli
argomenti, perché, anche in questo campo, preferisco l'azione alle parole.
Gli orientamenti fondamentali della nostra politica estera sono i seguenti:
i trattati di pace, buoni o cattivi che siano, una volta che sono stati
firmati e ratificati, vanno eseguiti.

Per ciò che riguarda precisamente l'Italia noi intendiamo di seguire una
politica di dignità e di utilità nazionale.

Non possiamo permetterci il lusso di una politica di altruismo insensato o
di dedizione completa ai disegni altrui. Do ut des. L'Italia di oggi conta,
e deve adeguatamente contare. Lo si incomincia a riconoscere anche oltre i
confini. Non abbiamo il cattivo gusto di esagerare la nostra potenza, ma non
vogliamo nemmeno, per eccessiva ed inutile modestia, diminuirla. La mia
formula è semplice: niente per niente. Chi vuole avere da noi prove concrete
di amicizia, tali prove di concreta amicizia ci dia. L'Italia fascista, come
non intende stracciare i trattati, così per molte ragioni di ordine
politico, economico e morale non intende abbandonare gli Alleati di guerra.
Roma sta in linea con Parigi e Londra, ma l'Italia deve imporsi e deve porre
agli Alleati quel coraggioso e severo esame di coscienza che essi non hanno
affrontato dall'armistizio ad oggi.

Si tratta insomma di uscire dal semplice terreno dell'espediente
diplomatico, che si rinnova e si ripete ad ogni conferenza, per entrare in
quello dei fatti storici, sul terreno cioè in cui è possibile determinare in
un senso o nell'altro un corso degli avvenimenti. Una politica estera come
la nostra, una politica di utilità nazionale, una politica di rispetto ai
trattati, una politica di equa chiarificazione della posizione dell'Italia
nell'Intesa, non può essere gabellata come una politica avventurosa o
imperialista nel senso volgare della parola. Noi vogliamo seguire una
politica di pace: non però una politica di suicidio.

Le direttive di politica interna si riassumono in queste parole economia,
lavoro, disciplina. Il problema finanziario è fondamentale: bisogna arrivare
colla maggiore celerità possibile al pareggio del bilancio statale. Regime
della lesina: utilizzazione intelligente delle spese: aiuto a tutte le forze
produttive della Nazione.

Chi dice lavoro, dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città
e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela
di tutti gli interessi che si armonizzino con quelli della produzione e
della Nazione. Il proletariato che lavora, e della cui sorte ci
preoccupiamo, ma senza colpevoli demagogiche indulgenze non ha nulla da
temere e nulla da perdere, ma certamente tutto da guadagnare da una politica
finanziaria che salvi il bilancio dello Stato ed eviti quella bancarotta che
si farebbe sentire in disastroso modo specialmente sulle classi più umili
della popolazione. La nostra politica emigratoria deve svincolarsi da un
eccessivo paternalismo, ma il cittadino italiano che emigra sappia che sarà
saldamente tutelato dai rappresentanti della Nazione all'estero. L'aumento
del prestigio di una Nazione nel mondo è proporzionato alla disciplina di
cui dà prova all'interno. Non vi è dubbio che la situazione all'interno è
migliorata, ma non ancora come vorrei. Non intendo cullarmi nei facili
ottimismi. Non amo Pangloss. Le grandi città ed in genere tutte le città
sono tranquille: gli episodi di violenza sono sporadici e periferici, ma
dovranno finire. I cittadini, a qualunque partito siano iscritti, potranno
circolare: tutte le fedi religiose saranno rispettate, con particolare
riguardo a quella dominante che è il Cattolicismo: le libertà statutarie non
saranno vulnerate: la legge sarà fatta rispettare a qualunque costo.

Lo Stato è forte e dimostrerà la sua forza contro tutti, anche contro
l'eventuale illegalismo fascista, poiché sarebbe un illegalismo incosciente
ed impuro che non avrebbe più alcuna giustificazione. Debbo però aggiungere
che la quasi totalità dei fascisti ha aderito perfettamente al nuovo ordine
di cose. Lo Stato non intende abdicare davanti a chicchessia. Chiunque si
erga contro lo Stato sarà punito. Questo esplicito richiamo va a tutti i
cittadini, ed io so che deve suonare particolarmente gradito alle orecchie
dei fascisti, i quali hanno lottato e vinto per avere uno Stato che si
imponga a tutti, colla necessaria inesorabile energia. Non bisogna
dimenticare che, al di fuori delle minoranze che fanno della politica
militante, ci sono quaranta milioni di ottimi italiani i quali lavorano, si
riproducono, perpetuano gli strati profondi della razza, chiedono ed hanno
il diritto di non essere gettati nel disordine cronico, preludio sicuro
della generale rovina. Poiché i sermoni - evidentemente - non bastano, lo
Stato provvederà a selezionare e a perfezionate le forze armate che lo
presidiano: lo Stato fascista costituirà una polizia unica, perfettamente
attrezzata, di grande mobilità e di elevato spirito morale; mentre Esercito
e Marina gloriosissimi e cari ad ogni italiano - sottratti alle mutazioni
della politica parlamentare, riorganizzati e potenziati, rappresentano la
riserva suprema della Nazione all'interno ed all'estero.

Signori,
Da ulteriori comunicazioni apprenderete il programma fascista, nei suoi
dettagli e per ogni singolo dicastero. Chiediamo i pieni poteri perché
vogliamo assumere le piene responsabilità. Senza i pieni poteri voi sapete
benissimo che non si farebbe una lira - dico una lira - di economia. Con ciò
non intendiamo escludere la possibilità di volonterose collaborazioni che
accetteremo cordialmente, partano esse da deputati, da senatori o da singoli
cittadini competenti. Abbiamo ognuno di noi il senso religioso del nostro
difficile compito. Il paese ci conforta ed attende. Vogliamo fare una
politica estera di pace, ma nel contempo di dignità e di fermezza: e la
faremo. Ci siamo proposti di dare una disciplina alla Nazione, e la daremo.
Nessuno degli avversari di ieri, di oggi, di domani si illuda sulla brevità
del nostro passaggio al potere. Illusione puerile e stolta come quella di
ieri. Il nostro Governo ha basi formidabili nella coscienza della Nazione ed
è sostenuto dalle migliori, dalle più fresche generazioni italiane. Non v'è
dubbio che in questi ultimi giorni un passo gigantesco verso la unificazione
degli spiriti è stato compiuto. La patria italiana si è ritrovata ancora una
volta, dal nord al sud, dal continente alle isole generose, che non saranno
più dimenticate, dalle metropoli alle colonie operose del Mediterraneo e
dell'Adriatico. Non gettate, o signori, altre chiacchiere vane alla Nazione.
Cinquantadue iscritti a parlare sulle mie comunicazioni, sono troppi.
Lavoriamo piuttosto con cuore puro e con mente alacre per assicurare la
prosperità e la grandezza della Patria.

Così Iddio mi assista nel condurre a termine vittorioso la mia ardua fatica.